Forse sarà vero, ma…

…se cliccki su questi link acchiappa click sei un boccalone se va bene, un fesso se va male. E comunque vada, non sei intelligente quanto chi ha scritto questo pezzo vuole farti credere. Sappilo!

(e no, io il link all’articolo originale non ve lo metto perché sarebbe fare pubblicità a queste porcate)

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Due cose fastidiosissime

Da qualche tempo mi sono reso conto che ho due abitudini legate al linguaggio per me estremamente fastidiose. Che, spoiler alert, non vi dirò in maniera chiara.

Una riguarda la scrittura, una il parlare. Sto lottando con tutte e due per cercare di superarle/correggerle ma non è facile. Per due motivi diversi.

Quella legata alla scrittura è qualcosa che a me piace. Cioè so che non dovrei farlo perché, sebbene non sia un errore, non è elegante e può appesantire il testo. Ma a me piace, non ci posso fare nulla, quindi cerco di limitarmi il più possibile. Anche se, lo ammetto, ogni tanto cedo e faccio finta di nulla con colpevole piacere. Comunque sia, questa è l’abitudine facile da estirpare perché lo scritto nove volte su dieci può essere riletto e sistemato, quindi se nella prima versione ho ecceduto, in fase di revisione sistemo. Il decimo caso è invece un messaggio via telefono, quindi anche se non sono Manzoni non frega nulla a nessuno (non che io stia dicendo di essere Manzoni negli altri nove casi, eh! :D)

Molto diversa la storia del difetto nel parlato. Qui c’è qualcosa che odio, ODIO!, ma non riesco a eliminarlo. Non so nemmeno se è qualcosa che la gente nota -quando l’ho chiesto a Carla lei mi ha risposto che non ci aveva mai fatto caso- ma io sì e ogni volta che ci cado dentro, e capita fin troppo spesso, impazzisco. Il problema è che non è per nulla facile da estirpare.

Per farvi capire, io ho cambiato più volte il mio modo di pronunciare certe parole. Da buon veneto avevo delle vocali molto larghe., così quando ho capito che dicevo “neero” invece che “nero”, o “meela” invece di “mela”, ho imparato a correggermi e ora le dico giuste. Allo stesso modo quando un amico mi ha fatto notare che dicevo “trova” e “prova” con la o stretta, e che è sbagliato, ho corretto pure questo.

Questa volta, però, il difetto che mi trovo ad affrontare è completamente diverso e non sono certo di riuscire a controllarlo ed eliminarlo. Per essere onesti lo vedo praticamente impossibile perché è legato al mio modo di costruire le frasi nella mia testa. Un modo che è cambiato dall’arrivo di Paolo e infatti io attribuisco a lui, o meglio a come parlo a lui, il mio attuale difetto.

Mentre combatto queste cose, ho coltivato un altro dubbio: vale la pena dirlo agli altri? Tipo “So che faccio così e non mi piace, e sto cercando di correggermi”. Ma ho deciso di lasciar perdere e tenermi la cosa per me. E l’unico motivo per cui seguirò questa strada è “Spoiler alert“, geniale puntata di How I met your mother (chi non l’ha vista può farlo in maniera completamente pirata clikkando qui) in cui i protagonisti realizzano che hanno sempre avuto di fronte a loro i difetti degli altri, ma non li avevano mai notati. Poi, però, quando rompono il muro dietro il quale li nascondevano inconsciamente, o quando qualcuno glieli dice in maniera esplicita, non è più possibile non notarli e diventano un fastidio sempre presente. [Riassunto terribile: guardate la puntata che è meglio :D]

Seguendo quanto mi hanno insegnato Ted e amici, perché evidenziare qualcosa che magari nessuno ha notato? Meglio far finta di nulla e cercare di risolvere il problema dietro le quinte. Sperando che non ci siano troppe persone attorno a me che sentono il “crash” che c’è in How I met your mother…

 

[L’altro Netflix] Steve Jobs – The lost interview

Nel 1995 Robert X. Cringely (nome d’arte di Mark Stephens) si occupa di Triumph of the Nerds, una serie di documentari che raccontano la nascita e sviluppo dei computer (qui potete vedere il primo episodio e ho idea che cercando, troverete facilmente su YouTube anche gli altri).

Per questa serie intervista un sacco di personaggi importanti e famosi, tra cui c’è anche uno Steve Jobs nel punto più basso della sua carriera. All’epoca, infatti, era stato mandato via da Apple e si stava rilanciando con NEXT, una azienda molto piccola che si occupava di software (e con una piccola casa che si occupava di creare film d’animazione digitali, da lui appena comprata: il nome Pixar vi dice qualcosa? :D). Jobs concede una lunga intervista, poco più di un’ora, che viene ampiamente tagliata per Triumph of the Nerds e che poi finisce persa a causa di un imprevisto. Salvo poi saltare fuori per puro caso vent’anni dopo, dopo la morte del fondatore e leader di Apple.

E’ un’intervista molto interessante perché mostra il vero volto di un Jobs rilassato e non stretto nel suo ruolo di capo della più grossa e importante azienda del mondo. Parla a ruota libera, dice cose che poi non dirà più (o le dirà meno dirette) e racconta tantissimi aneddoti sul suo passato e sul passato di Apple. Se avete letto il libro/biografia di Walter Isaacson, molte cose dette qui le saprete già (del resto è pur sempre Jobs che parla in entrambi i casi) ma ci sono comunque tanti spunti interessanti.

Se amate Apple o la tecnologia, o anche solo se siete curiosi di sentire parlare uno dei più importanti uomini di degli ultimi cento anni, Steve Jobs – The lost interview va guardato. Lo trovate cercandolo su Netflix o premendo qui.

L’altro Netflix” è una rubrica di Zero3 in cui vi segnalo serie, film o altro che si trovano su Netflix e di cui si parla poco o nulla, ma che in realtà meritano la vostra attenzione. Per vedere tutti gli articoli di questa rubrica, basta premere qui.

È notte in città, e un confuso papà non capisce come qualcosa sia possibile

In assoluto la cosa che più mi lascia senza parole nell’universo dei prodotti per bambini è l’incredibile successo che hanno i PJ Masks al momento.
E’ un cartone tecnicamente poco più che passabile ma che ha delle trame TREMENDE e tutte UGUALI tra loro!
In pratica abbiamo uno dei tre super pigiamini a caso che si intestardisce a fare una cosa stupida nonostante gli altri due gli/le dicano che sta sbagliando. Lui/lei li ignora e continua, combinando solo guai. Poi alla fine però capisce l’errore, segue i consigli e tutto si risolve con la loro vittoria contro il nemico di turno.
Nemico che è uno dei tre esistenti: Romeo, Lunetta o Ninja della notte. Non uno di più.
Quindi sempre le stesse cose contro sempre gli stessi avversari. Le prime volte che lo vedi, PJ Maks non ti dispiace nemmeno, ma poi diventa la cosa più ripetitiva che passa in Tv al momento. E una delle più ripetitive della storia dei cartoni animati.
Ovviamente io sono completamente fuori target e quindi ci sta che non mi piaccia, ma davvero non capisco come questa serie possa occupare otto dei dieci posti della classifica dei libri per bambini su La Repubblica (quotidiano di domenica 10 agosto). O che Gattoboy, Gufetta e Geco siano i protagonisti di praticamente tutti i gadget per ragazzini che stanno vendendo di più.
Eppure è così, quindi complimenti e massima stima da parte mia a a chi l’ha fatto,  perché è davvero riuscito a centrare tutti gli aspetti che piacciono ai bambini, dimostrando così che lui/loro il suo lavoro lo sa fare dannatamente bene.
Io, da adulto, continuerò a spegnere il cervello quando Paolo si mette a guardarlo in totale ammirazione, e penserò al mio amato Duggee che praticamente non si vede più T_T

Spesa Tetris

Non mi ricordo se ne ho mai parlato su Zero, seconda o terza versione che sia, ma mi pare di no. Per cui colgo l’occasione di una sessione veramente ben riuscita di Spesa Tetris per condividere con voi questa mia piccola passione.

Fin da piccolo ho sempre odiato il fare la spesa, ritenendo la cosa un’immensa perdita di tempo. Da non amante del cibo, passare ore tra uno scaffale e l’altro è una specie di tortura. L’unico modo per sopravvivere è riempire il carrello di porcate o cose sceme, giusto per mantenermi un filo allegro e far passare il desiderio di lanciarmi di petto sulla testa del pesce spada o infilare un braccio nella vasca delle aragoste. O, se voglio veramente soffrire, provare a saltare la fila del banco affettati un sabato pomeriggio di dicembre.

La mia perenne ricerca di un modo per rendere la cosa un filo meno noiosa mi ha portato qualche anno fa a creare la Spesa Tetris. Il gioco è molto semplice: nel momento in cui spostate le cose che volete comprare dal carrello al nastro della cassa, dovete disporle come se fossero pezzi di Tetris, andando a riempire tutto lo spazio possibile senza lasciare buchi, o comunque limitando il più possibile la loro dimensione.

Seconda e ultima regola: il posizionamento dei pezzi è rigorosamente orizzontale, quindi si appoggia sempre il lato più grande e NON valgono confezioni sopra ad altre (squalifica immediata per chi lo fa) o, orrore assoluto, bottiglie messe in verticale. Quest’ultima cosa può essere emendata ed è accettabile una disposizione con le bottiglie in piedi, solo è preferibile non farlo se si cerca la perfezione.

 

 

 

 

 

Il divertimento è doppio, in alcuni casi triplo.
Per prima cosa si insegue il posizionamento perfetto che riempie completamente il nastro della cassa. Ma la vera soddisfazione si ha nel cercare di battere la commessa che passa i prodotti: riuscirà lei a superarvi e fare apparire un lungo spazio vuoto che a quel punto voi non potrete più riempire in modo ordinato, decretando così il passaggio al riempimento casuale con conseguente game over? Oppure sarete voi a spuntarla e vi ritroverete davanti uno splendido nastro pieno di prodotti ordinati mentre aspettate che questo scorra per mettere altre cose?

Il terzo possibile divertimento è quello di far sbottare vostra moglie/compagna, che vi guarderà (giustamente) come se foste dei mentecatti, ma questo non farà vacillare il vostro animo nerd che, anzi, brucerà di un ardente desiderio: la realizzazione di una disposizione perfetta!

 

Veloce considerazione sullo stato degli emoji

Gli emoji mi piacciono molto. Ho da sempre amato e usato gli smiley perché aiutano a far capire meglio il tono di quello che scrivi, e gli emoji ne sono la naturale evoluzione. Una versione più carina di due (o più) caratteri piatti e neri.  Li uso, quindi, e anche molto ma forse in maniera diversa da voi. Infatti nel 98% dei casi ne metto uno solo, nell’1,5% ne metto due, e nel restante 0,5% tre o più. In sintesi: sono vecchio e uso gli emoji così come una volta si usavano gli smiley 😉

Però ora si sta raggiungendo il limite. Non passa mese senza che arrivi la notizia di una nuova serie di emoji che verranno aggiunti all’infinita lista già presente in tutti i telefoni, tablet e ora pure computer. Oggi tocca a Facebook.

Questo fa seguito alle altre recenti novità, come l’importantissima aggiunta del colore della pelle che ora è disponibile per mille emoji. Qualcosa di cui io sentivo davvero l’esigenza, perché ero proprio a disagio all’idea di mettere il pollice in su di colore giallo e non bianco come quello sulla mia mano…

Tra tante aggiunge che vengono fatte, manca quella che farebbe veramente la differenza: la possibilità di nascondere le iconcine che sai non userai mai. O, meglio ancora, la possibilità di farsi una o più schede personalizzate dove si possono mettere solo quelle che ti interessano e nell’ordine che vuoi.

Invece a questo per il momento non ha pensato ancora nessuno, o magari c’è un problema tecnico non facilmente risolvibile. Onestamente ne dubito: di fondo sono liste, quindi basta impostare la app di turno per gestire una lista in più e farla personalizzata. Ma potrei sbagliare.

Comunque sia, allo stato attuale, continuare ad aggiungere non serve a niente se non ad aumentare il rumore di fondo, a far diventare sempre più grande una lista di immaginine, con conseguente maggiore difficoltà a quando si tratta di sfogliarla alla ricerca dell’emoji che ci serve. Certo, è un first world problem e me ne rendo conto. Ma non per questo non se ne deve parlare 😀

 

Fatti da parte, David Attenborough!

C’è un nuovo narratore di documentari in città. A breve prenderà il tuo posto sulla serie Planet Earth della BBC e ridoppierà tutto quello che hai fatto in passato. Per scoprire l’abilità di questa nuova superstar della narrazione, non vi resta che guardare questo video sugli honey badger, cioè il tasso del miele.

Per chi non lo sapesse, David Attenborough è una specie di Piero Angela inglese, che ha raggiunto una fama planetaria grazie ai suoi documentari. Da giovane li girava partecipando anche in prima persona, invecchiato è diventato la voce narrante. E’ un lavoro che fa da decenni, parecchi anche, e con un enorme successo. Qui trovate la sua scheda su Wikipedia.

Urban jungle (capitolo 2)

E’ una fresca mattina di primavera. Io, uscito di casa per portare Paolo al nido, continuo con una tonica e salutare passeggiata per Vicenza (cioè giro alla ricerca di Pokémon e nella speranza di schiudere qualche uova). Decido di sedermi su una comoda panchina in mezzo a un parco, che guarda degli splendidi alberi che stanno ricominciando a vivere, e una zampillante fontana con animali vari scolpiti al suo interno (cioè mi siedo nella panchina del parco letteralmente sotto casa, quello che ha una palestra di Pokémon GO piazzata su quella fontana).

Sedute su una panchina vicina alla mia ci sono due ragazze che avranno avuto al massimo diciotto anni. Dovrebbero essere a scuola, ma magari c’è un buco alla prima ora. Oppure no, non mi interessa la cosa perché sono intento ad ammirare i riflessi della luce negli zampilli della fontana (dannati Pokémon nemici, volete morire o no?).

Entrambe, però, parlano con un tono di voce molto alto e mi arrivano chiaramente le loro voci. A un certo punto una delle due tira fuori il telefono e l’altra commenta così.

Ragazza1 – Ehi, ma hai cambiato telefono? Cos’hai preso? E non è troppo grande? Ha uno schermo enorme.

Ragazza2 – E’ un XYZ e sì, lo schermo è grande ma è come per il cazzo dei ragazzi: una volta che ti abitui a un cazzo grande, non riesci più a tornare a uno piccolo.

Chiudo il mio di telefono, nonostante la palestra non fosse ancora stata conquistata, e vado a casa certo che, sebbene siano solo le 9:00, il picco della giornata l’ho già raggiunto e da qui in poi potrò solo scendere.

 

9 e 3? Ora è 10 e 2!

Spettacolare pubblicità dell’Audi con protagonista Parker, Peter e uno strano tizio vestito di rosso e blu.

Bonus time: le due donne che hanno fanno da controfigure nelle scene di combattimento per Elektra e la Vedova nera, hanno girato un video in cui le si vede combattere (vestite normalmente: non è una cosa ufficiale Marvel). E’ spettacolare e vi consiglio di vederlo. Lo trovate qui.

Inutile considerazione di un sabato mattina di settembre

Il menù del BIOS della mia nuova e fantastica scheda madre (ASRock Z170 Extreme 4) sembra la classica interfaccia grafica assurda e futuribile che si vede nei computer dei film di fantascienza. Non ci credete?
Ecco il mio BIOS:

Ed ora beccatevi l’interfaccia grafica del mega computer di Ender’s Game:

 

E quella vista in Prometheus:

Al netto del discorso che una deve fare davvero qualcosa, e che è comunque solo un BIOS e non un intero sistema operativo futuribile (e, probabilmente, non usabile nella realtà), non trovate anche voi che si assomiglino un sacco?