[L’altro Netflix] The Barkley Marathons

Con l’arrivo di Paolo, sono pochi i film o le serie tv che riesco a vedere. Eppure The Barkley Marathons (in italiano: La maratona Barkley: la gara che divora la sua prole) l’ho già guardato due volte e penso che prima o poi lo rifarò ancora.

Mi è piaciuto così tanto che è stato lui da solo a portarmi a creare la rubrica L’altro Netflix, perché sentivo il bisogno di parlarne e di consigliarlo a tutti.

The Barkley Marathons è un documentario che racconta un’edizione della Barkley Marathon, una ultramaratona (quindi non 42 km ma dai 60 in su) che si tiene una volta all’anno e che è assolutamente unica nel suo genere. Lo è perché iscriversi è difficile visto che il modo per farlo è nascosto e difficile da trovare. E se ci riesci, ti arriva un messaggio che inizia con “Ci dispiace informarti che sei stato accettato”.

Lo è perché si corre in mezzo a dei boschi del Tennessee, su sentieri impervi ma anche su e giù per colline che non hanno proprio sentieri, solo piante dotate di spine e roba del genere.

Lo è perché ad organizzare il tutto sono un gruppo di amici del posto completamente fuori di testa. Gente all’apparenza sadica ma che invece lo fa (anche) per passione e per divertimento, nulla più. Infatti non c’è alcun riferimento ai soldi o alla fama, non è questo lo spirito della corsa. A dimostrazione della cosa c’è il prezzo da pagare per iscriversi (una camicia e una targa di automobile del tuo paese), il numero limitato di partecipanti e la totale assenza di ogni tipo di sponsor.

I suddetti matti sono anche estremamente simpatici, in particolare lo è Lazarus Lake, il vero protagonista del documentario e colui che spiega ogni aspetto della corsa e delle tradizioni che si sono sviluppate nel corso degli anni. Ed è proprio lui il vero punto di forza di questo documentario: perché con la sua faccia buffa e un po’ stralunata e la sua parlata da vero americano del sud, ti trascina in questa follia che vede 40 matti correre per 160 km in massimo 60 ore, e riesce quasi a farti venire la voglia di provare a farlo anche tu!

E questo sia se siete amanti della corsa, sia se il massimo sforzo fisico che fate è aprire il frigo la mattina.

Ci riesce grazie a una serie infinita di aneddoti interessantissimi e divertenti che ci racconta. Grazie al suo strampalato progetto che è diventato un fenomeno di culto internazionale ben prima dell’uscita di questo documentario. Grazie al preciso regolamento per la corsa da loro ideato, tanto semplice e limitato quanto chiaro e facile da capire. Ma che è anche completamente assurdo.

Potrei andare avanti per ore ma mi fermo qui, perché non voglio spoilerare le infinite sorprese che vi troverete guardando questa avventura nel mondo di Lazarus Lake e amici.

The Barkley Marathons va visto, punto. Lo trovate cercandolo su Netflix o premendo qui. Per fortuna è solo in inglese e non c’è un orrendo doppiaggio italiano a coprire le voci originali, ma ci sono i sottotitoli italiani se vi servono.

PS: se dopo aver visto il film vi interessa sapere qualcosa di più su Lazarus, leggete questo splendido articolo. Ma fatelo solo DOPO la visione, mi raccomando!

L’altro Netflix” è una rubrica di Zero3 in cui vi segnalo serie, film o altro che si trovano su Netflix e di cui si parla poco o nulla, ma che in realtà meritano la vostra attenzione. Per vedere tutti gli articoli di questa rubrica, basta premere qui.

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[L’altro Netflix] Nuova rubrica!

Non so se l’avete notato ma è un periodo di grande attività su Zero3. Sto scrivendo molto, sia roba seria che le mie tanto amate vaccate. Non so quanto a lungo durerà, ma ho imparato da tempo a non chiedermi cose come questa perché se lo faccio, finisce che la magia si rompe dopo un minuto e non scrivo più per due mesi. 🙂

Per questo motivo ho anche imparato che se faccio una nuova rubrica, è meglio che abbia già pronti, o quasi, almeno due o tre contenuti.

Con questa cosa ben presente, nasce L’altro Netflix, una rubrica in cui vi parlerò di serie, film o altro che si trovano su Netflix ma di cui si parla poco o nulla. Per capirci, non vi segnalerò che esistono cose come le serie Marvel o Stranger Things, di cui tutti parlano. Mi concentrerò, invece, su prodotti più di nicchia ma non per questo meno belli.

Nella grande tradizione di Zero, abbiamo il post di introduzione della rubrica che esce al mattino ed è poi seguito, nel pomeriggio, dalla prima segnalazione. Ci rivediamo qui tra qualche ora.

 

Urban jungle (capitolo 1)

Lui, alto circa 1,80, capelli neri e ricci, sui 35.

Lei, decisamente più bassa, molto magra, probabilmente anche più giovane.

Li vedo venirmi incontro mentre, se non stanno proprio litigando, di certo sono nel mezzo di una discussione accesa.

Quando sono abbastanza vicini, sento questo fantastico scambio.

Lei – Tu sei troppo secco, troppo diretto!

Lui – Io sono fatto così, non mi rompere i coglioni.

Beh, direi che lei ha abbastanza ragione 😉

PS:
è mia intenzione rendere Urban Jungle una nuova rubrica del blog. Però dipende da cosa sento o vedo quando esco di casa. Se improvvisamente mi ritroverò circondato solo da gente normale che dice cose normali e fa cose normali, allora non vi saranno altri aggiornamenti. In caso contrario, vedrete nuovi capitoli. Il secondo è cmq già pronto e messo in coda.

[Recensione] Death Note (di Netflix)

Ieri pomeriggio Netflix ha finalmente rilasciato il film di Death Note, una sua produzione molto attesa e di cui stanno parlando tutti . Non che ci sia da stupirsi della cosa: il manga di Death Note è uno dei più famosi e amati degli ultimi dieci anni, e ha ancora oggi nutrite schiere di appassionati. Il fumetto è semplicemente stupendo, l’anime collegato non è da meno e, sebbene non siano secondo me all’altezza della versione originale o in cartone animato, i film con attori giapponesi si difendono molto bene. Come sarà questo film americano?

Piccolo accenno alla trama per chi non conoscesse la storia (se la sapete, saltate il box).

Il Death Note è un quaderno dotato di un potere incredibile: se ci si scrive sopra un nome, questa persona morirà. E’ possibile indicare anche come e a che ora, o altre cose più specifiche, ma il succo è questo. Il suddetto quaderno viene affidato a un ragazzo di nome Light, che inizia a usarlo per far fuori i criminali di tutto il mondo. A un certo punto, però, la polizia comincia a capire che c’è qualcuno dietro queste centinaia di morti misteriose e comincia a dargli la caccia. Il capo investigatore è un ragazzo misterioso che si fa chiamare L, e che diventerà il nemico numero uno di Light.

La prima e più importante cosa da dire è che il Death Note di Netflix è molto, MOLTO diverso dall’originale. Qui abbiamo a che fare con una rivisitazione in chiave americana della storia, e le differenze sono tantissime e significative. A partire dal luogo in cui è ambientata la storia, Seattle e non Tokyo, e i relativi protagonisti che ora sono quindi americani. I nomi e le caratteristiche sono simili a quelle ideate da Tsugumi Ōba e Takeshi Obata, ma non sono riproposizioni fedeli. Per esempio qui abbiamo un Light incazzato, non uno psicopatico/sociopatico (perché, ammettiamolo, il Light del fumetto è uno psicopatico fin dall’inizio. Una persona normale forse potrebbe mettersi a usare il Death Note, ma di certo non si lancerebbe nella sfida a L, che è inutile oltre che controproducente).

Similmente, il modo in cui si può usare il Death Note stesso è in parte diverso da quanto visto nell’originale. La cosa era inevitabile: gli autori giapponesi si sono dovuti infatti confrontare con una lingua che, grazie alla diversa lettura dei kanji a seconda di come sono combinati, permette di scrivere lo stesso nome in centinaia di modi diversi (da qui, quindi, la regola che imponeva di avere ben presente la faccia della persona che si sta uccidendo), cosa che non vale per noi occidentali. Ma non c’era solo questo e gli americani hanno lavorato bene sulla questione, rendendo un filo più realistica la gestione di quella che a tutti gli effetti è una vera e propria arma di distruzione di massa. Questo è stato fatto aggiungendo di una marea di regole in più: molte sono proprio azzeccate (io durante la visione ho spesso pensato che alcune di queste avrebbero fatto bene anche al manga), altre sono un po’ troppo vaghe o mal descritte/spiegate. Non entro nel merito, però, perché sarebbe uno spoiler.

Altra piacevole novità è Ryuk, che ha lo stesso aspetto dell’originale ma un carattere, e un ruolo, molto diversi rispetto al manga. E ci tengo a dirlo: a me piace moltissimo come l’hanno cambiato, perché hanno saputo reinventarlo in una maniera assolutamente credibile. Lontanissima dall’originale ma credibile e quindi azzeccata.

Il vero punto debole del film è il cast, perché è composto principalmente da attori molto giovani e non bravissimi. Intendiamoci, si fanno guardare senza problemi, ma si poteva scegliere di meglio.

L’altro punto parzialmente debole è il fatto che sia un film. Un’opera complessa come Death Note avrebbe meritato una serie TV, in modo da poter sviluppare meglio personaggi, trama e tutto il resto. Stranger Things ha dimostrato che il thriller sovrannaturale piace ancora molto e Death Note sarebbe stato semplicemente perfetto per continuare la strada intrapresa con la serie culto dell’anno. Un vero peccato.

Arriviamo così al punto più caldo della questione: le polemiche e critiche che stanno infiammando i social. La situazione è, secondo me, molto semplice: i fan duri e puri sono scandalizzati e arrabbiati perché questo non è il “vero” Death Note, quello che conoscono e amano. E hanno ragione, non lo è. “Per fortuna”, aggiungo io. Perché io personalmente mi sono divertito molto a guardarlo proprio perché è diverso, non è la stessa storia narrata nello stesso identico modo per l’ennesima volta.

Intendiamoci: come detto prima, il manga di Death Note è, per me, un’opera monumentale che è entrata di diritto nella storia del fumetto mondiale, qualcosa di unico e irripetibile. Lo consiglio ancora oggi a tutti quelli che mi chiedono un manga da leggere. Ma ormai tutti conosciamo la sfida tra Light e L, gli stratagemmi di uno e le contromosse dell’altro, i colpi di scena e gli stravolgimenti di prospettiva. Davvero quello che si doveva fare era riproporli di nuovo? Io dico di no.

Per me è stato molto piacevole guardare un film basato su un’opera che amo ma che ha saputo comunque tenermi incollato allo schermo perché non sapevo cosa sarebbe successo dopo. Se invece avessero seguito in maniera pedissequa il fumetto, penso che dopo mezz’ora mi sarei annoiato.

Quindi sì, il film di Death Note fatto da Netflix è molto diverso dall’originale e io penso che sia un bene. Sì, non è certamente una produzione ad alto budget e ci sono tanti aspetti che personalmente avrei fatto in maniera diversa (a partire dal taglio young-adult/teen drama che a volte mi ha lasciato perplesso, ma questo dipende anche dalla mia non più verde età… T_T), ma io ho passato 100 minuti divertendomi.

Lo consiglio? Personalmente sì, ma dipende molto da voi. Se siete parte dei fan intransigenti che accettano solo l’originale, stateci alla larga. Se amate solo produzioni ad altissimo budget, forse anche per voi è meglio evitare.

Ma se cercate una storia interessante per passare un’ora e mezza divertendovi davanti alla televisione, o se non conoscete Death Note e volete vedere cosa sia quest’opera di cui tutti parlano, o semplicemente siete incuriositi dall’idea di un quaderno che permette di uccidere chiunque, allora io dico di guardarlo. Potreste anche scoprire che vi piace. In quel caso il passo successivo è uno solo: comprarvi il manga che è molto più bello del film (se non altro perché la storia ha un respiro molto più ampio, con tantissime cose e personaggi in più). Si trovano varie edizioni ma io consiglio la Black Edition perché è la più recente e quella che troverete più facilmente. Ed è anche in un formato più grande, cosa che vi permetterà di apprezzare al meglio le splendide matite di Obata. Provate a prendere il primo numero e vedrete che non ve ne pentirete (lo trovate su Amazon o qui sul sito Panini).

In conclusione: per quanto mi riguarda, Death Note di Netflix è promosso. Gli do un 8 abbondante, perché voglio premiare il coraggio di rileggere in chiave diversa una storia tanto famosa e amata. E perché nel farlo riescono a creare qualcosa che mi è piaciuto. Speriamo sia solo l’inizio e che nei prossimi anni arriveranno altri film tratti da anime e manga.

Statistiche a caso su One-Punch Man 9

A inizio mese è uscito nelle edicole e nelle fumetterie il nono volume di One-Punch Man, la splendida serie ideata da ONE e (ri)disegnata da Yusuke Murata. Io sono la persona che si occupa di rivedere la traduzione del manga e preparare una serie di aspetti e cose tecniche che servono a far arrivare il volume nelle vostre mani. Sono tantissime le cose da fare per passare dalla traduzione pura a quella rivista, e poi alla creazione del redazionale, del timone e via così. Non vi annoio con questi dettagli ma, invece, vi sparo delle statistiche a caso sui file di Word che ho ricevuto, modificato e passato in redazione. Praticamente certo che  non ve ne fregherà nulla, ma io amo giocare con i numeri e qui mi sono divertito parecchio 😀

  • il volume ha 216 pagine, di cui 201 di fumetto e 15 di redazionali, pubblicità, eccetera
  • il file della traduzione ricevuto dal traduttore era di 37.557 caratteri
  • il file da me passato dopo la supervisione è di 40.892 caratteri (quasi un 10% in più)
  • confrontando i due file con la funzione apposita di Word, ci sono 555 cambiamenti
    Va però precisato che questo non vuol dire che ho corretto 555 volte la traduzione: la stragrande maggioranza di queste variazioni sono aggiunte di indicazioni tecniche che devo fare io, non correzioni di errori del traduttore. In più, essendo un volume 9, molte delle cose che vanno decise a inizio lavorazioni sono già state definite. Di norma dopo il 3 o il 4, il grosso dell’adattamento è impostato quindi il traduttore sa già cosa va tradotto e cosa no, chi usa il lei e chi il tu, e tante altre cosette che noi facciamo e voi non notate. Quindi le traduzioni che passa sono più precise rispetto a quelle dei primi volumi, dove tutto è ancora in definizione. Per farvi capire, il confronto tra file iniziale e quello finale di OPM 1 dà 1489 differenze 🙂
  • il file finale è di 40 pagine di Word scritte con il Verdana a 14 pt, per un totale di 1695 righe
  • ci sono 7710 parole e 5408 spazi
  • la lettera più presente è la A (3304 volte), la meno presente la X (solo 10 volte – ma da notare che solo 2 si vedono nel volume, le rimanenti 8 sono per indicazioni interne)
  • l tempo preciso richiesto per finire la lavorazione di tutto il volume non lo so. Magari se rifaccio sta cosa, mi cronometro 😀
  • OPM ha un grado di difficoltà medio per quanto riguarda l’adattamento: ha parecchio testo ma non a livelli impossibili. E questo è sostanzialmente facile da adattare perché snello e molto lineare, oltre che moderno
  • in compenso è probabilmente il più complicato che abbia mai avuto per le mani per quanto riguarda le pagine di redazionali. Non riesco a capire perché e come sia possibile, sembrano pagine così facili da lavorare/preparare, ma è così.

Fine. Magari rifarò la cosa, magari no.

Intanto vi do il consiglio del giorno: se non avete mai letto One-Punch Man, procuratevi il primo volume oggi stesso. E’ davvero un manga bellissimo e non lo dico solo io ma i fan di tutto il mondo! E’ estremamente divertente, con un protagonista fuori di testa che combatte contro mostri assurdi in un mondo molto interessante per come è stato pensato e sviluppato. Il tutto disegnato DA DIO (parere personale: se Murata non è il miglior mangaka in circolazione, poco ci manca. Secondo me se la giocano lui e Obata). I volumi li potete ordinare nella vostra fumetteria, sul sito Panini o anche su Amazon. E, sebbene so che sembri una pubblicità, non lo è: è un consiglio sincero, che ci crediate o no 🙂

Come risponde al telefono un vero uomo?

Così:

 

Da Yakuza 0, splendido gioco di SEGA che potete giocare su PlayStation 4. Disponibile da martedì prossimo!

Lo potete prenotare in una versione con custodia figa di metallo su Amazon, ed è anche a prezzo ridotto (35 euro nel momento in cui scrivo). Io ho giocato all’originale su PlayStation 2 di cui questo titolo è il remake, e l’ho adorato alla follia. Se trovo il tempo, prendo anche questo.

La (per nulla) annosa questione dei divieti alle famiglie con bambini

Negli ultimi tempi sono uscite un paio di notizie su ristoranti, alberghi e B&B che hanno deciso di non accettare più famiglie con bambini. La motivazione è ovvia: non vogliono dei piccoli mostri che corrono a destra o a sinistra, che urlano e si lamentano. Soprattutto, pare, non li vogliono i loro clienti.

Ovviamente come succede per qualsiasi argomento in quest’era social, dove tutte le nostre opinioni sono assolute e vanno spalmate in faccia agli altri con una pala, la cosa ha generato polemiche. Da un lato c’è chi dice che sono scelte giuste, dall’altro chi invece difende i piccoli bimbi e la loro naturale e incontenibile gioia di vita, che è giusto esprimere ottanta ottave sopra il tono di un adulto.

Per una volta anche io voglio dire la mia. E lo faccio forte del fatto che, incredibile a dirsi, io e Carla la vediamo allo stesso modo (evento più unico che raro ;)): noi siamo d’accordo con gli esercenti che decidono di vietare l’accesso alle famiglie con bambini.

È, infatti, oggettivo che i bambini urlano e disturbano. Magari non lo fanno per tutto il tempo del pranzo o per tutta la vacanza, ma anche il più buono e tranquillo dei pargoli prima o poi si scatena e diventa fastidioso. Magari perché è annoiato, magari perché è stanco, magari semplicemente perché è una forza della natura che, è inevitabile, deve esplodere. E anche il miglior genitore non potrà contenerlo per sempre.

Per esempio, io e Carla siamo molto attenti al livello di disturbo che Paolo fa. Non vogliamo assolutamente che rompa le scatole agli altri, ma non è sempre possibile assicurare la cosa. A volte basta davvero poco per far scoppiare un bimbo, con conseguenti urla (sia di gioia che di frustrazione).

Se siamo solo noi tre, è più facile contenerlo, ma se invece ci sono altre persone con noi, e soprattutto se ci sono altri bambini, l’impresa è impossibile e noi possiamo solo fare del nostro meglio per limitare il fastidio a chi ci sta attorno.

Ma il punto è proprio questo: noi lo LIMITIAMO, non lo evitiamo. E il livello di disagio che causiamo è casuale, oltre che soggettivo. È un po’ come una squadra che sotto di tre gol contro un avversario più forte, si chiude completamente in difesa per limitare i danni. Perde così solo 3-0, limitando i danni ma comunque venendo sconfitta con ben tre gol di differenza.

Continuando a cavalcare la metafora, uscire a cena con dei bambini è come essere il Frosinone che va in trasferta allo Juventus Stadium. Sai già che, ben che vada, strapperai uno 0-0, ma sei pronto al peggio e per questo giochi attento a non prendere gol. Ma prima o poi qualcuno la mette dentro, così come prima o poi tuo figlio vorrà alzarsi e correre da qualche parte, lancerà il pane e via così (cosa fa e come, cambia a seconda dell’età del mostriciattolo).

Questa è una cosa che sappiamo tutti, genitori e non, quindi perché mai ci si scandalizza che qualcuno non voglia i bimbi nel proprio locale? È davvero così vergognoso che ci siano persone che desiderano cenare in pace o passare un tranquillo e rilassante week-end in un agriturismo in campagna? Tutti noi lo vogliamo, a partire da chi i figli ce li ha, quindi dove sta il problema? E non mi si dica che anche gli adulti fanno casino, spesso più dei bambini: è vero, ma è un tipo di rumore diverso e, soprattutto, anche il più rumoroso gruppo di adulti è stanziale. Non corre, cioè, a destra e sinistra urtando contro persone e cose.

Chi si lamenta di queste scelte degli esercenti lo fa per partito preso, perché sappiamo tutti benissimo che la stragrande maggioranza dei locali continua e continuerà ad accettare famiglie rumorose.

Eppure a loro non basta che il 99,9% dei ristoranti li accoglierebbe subito. No, loro vogliono, pretendono!, il 100% sulla base di non so quale diritto acquisito quando si sono riprodotti.

A loro io dico solo una cosa: crescete e accettate che il mondo è fatto da tante persone che hanno tante esigenze, alcune delle quali sono diverse dalle vostre. State già stravincendo su tutta la linea, invece di fare i bambini viziati che battono i piedi quando qualcosa non va come loro vogliono, muovete quei piedi per fare venti metri in più ed entrate in uno qualsiasi degli altri locali che avete attorno a voi e che sono pronti e felici di ospitarvi .

E vivrete tutti felici e contenti: voi, i vostri bimbi, gli esercenti e i clienti di entrambi i locali.

Non è difficile, provateci!

 

Moona! (parte 2)

Il post dell’altro giorno è qualcosa di strano perché nasce da un’immagine trovata su Reddit e si sviluppa in una via completamente differente nell’istante in cui ho scritto il titolo.

La parola “Moona” e la sua origine dovevano servire, infatti, solo come simpatico cappello introduttivo di un post che sarebbe altrimenti stato composta da un singolo link. Poi, invece, la mia testa è partita in quarta sul discorso linguaggio di Paolo ed è venuto fuori quello che avete (forse) letto.

Ma torniamo ora al motivo originale del mio post: su Reddit ho trovato una GIF fantastica che mostra la luna nella sua interezza. Si vede, infatti, l’intero nostro satellite che ruota su se stesso. Volevo metterla qui ma poi ho scoperto che sono 130 megabyte, quindi ho deciso di evitare per non farmi odiare. Avevo pensato di ridurla, ma i miei maldestri tentativi hanno dato risultati pessimi.

Per cui armatevi di una buona linea fissa e clikkate qui. Ne vale la pena!

Moona! (parte 1)

Fino a qualche mese fa, Paolo faceva una buffa crasi tra luna e moon, dicendo appunto moona (pronuncia “muuna”).

Ora che sta migliorando tantissimo il suo modo di parlare, questo tenero errore sta via via scomparendo. Così come tutte le altre parole che lo caratterizzavano: pitta invece di pizza l’ha mollato da mesi, mentre più recentemente ha iniziato a dire polizia per indicare l’auto della polizia invece del fin qui usatissimo mimo polizia (“mimo” è il suono delle sirene -mimo mimo mimo- e lo univa al nome del mezzo. Avevamo quindi mimo polizia, mimo ambulanza e mimo firetruck). Resiste incontrastato e, per ora, inamovibile solo puppa, per ruspa (ricordate? Se no, leggetelo: ho anche aggiornato l’immagine che c’era inizialmente, mettendone una di Paolo che è praticamente perfetta :D). Così come rimane Paolos, che lui dice molto spesso quando si parla di qualcosa che suo (“Questo letto è di Paolos”) e, in misura minore, anche quando parla di sé (“Io sono Paolos”). Il genitivo sassone integrato nell’italiano e gestito un po’ a modo suo, insomma 😀

I miei sentimenti sull’argomento sono contrastanti: da un lato sono felice di sentirlo parlare sempre meglio, di vederlo fare frasi anche articolate e collegate tra loro, di osservarlo arrivare perfino a dire una cosa, fermarsi a pensare e poi ripeterla in maniera corretta. Dall’altro, però, mi dispiace da morire non avere un buffo essere che gira per casa che dice cose ancora più buffe. Avevo proposto a Carla di prendere una cosa, darle un nome divertente e chiamarla sempre così con Paolo, in modo che lui lo imparasse e ripetesse, ma lei mi ha stranamente detto che non è il caso. E poi ci si stupisce se lui si diverte di più con me che con lei… ;P

Ad ogni modo stiamo attraversando anche questa fase della sua crescita. Un nuovo piccolo e grande passo per il piccolo e grande ometto che sta diventando il nostro Paolo.

Ormai siamo al fotorealismo…

Quando vedo video come quello qui sopra, che mostra una mod per GTA V che è a dir poco spettacolare, mi viene voglia di buttare via la PlayStation 4 e la Xbox One, e comprare un mega PC in grado di darmi una grafica del genere. Pensiero che mi era passato per la testa anche mentre guardavo dei video di Doom registrati su PC e notavo che erano infinitamente più belli della versione PS4 che ho giocato (e amato) io.

Poi però mi tornano in mente quegli anni in cui giocavo sì su PC, ma passavo anche ore a scaricare driver per risolvere conflitti assurdi (lo schermo blu per IRQ_NOT_LESS_OR_EQUAL me lo sogno ancora di notte! Dannate Sound Blaster! ;P), crash improvvisi e senza senso, problemi con le applicazioni sotto di Windows che invece di starsene buone, mi sparavano qualcosa interrompendo le partite…

Ci ripenso e resto molto comodamente seduto sul divano con il joypad in mano. Sogno la grafica dei PC ultrapompati ma non esiste che ritorni in quell’inferno. Sono troppo vecchio per affrontarlo…