La storia di Marco e Claudio

Marco e Claudio sono due uomini che decidono di comprarsi una fiammante Bullet della Vapid, il sogno della loro vita. Forse sono amici, forse no; forse non si conoscono nemmeno e abitano in città o addirittura stati diversi. Non è importante ai fini del racconto.

Claudio AMA la sua nuova Bullet e la tratta come se fosse sua mamma, moglie e figlia insieme. La lava con le spugne non abrasive, le passa la cera e la asciuga con i panni più delicati e costosi sul mercato. Spolvera gli interni ogni martedì e venerdì sera, lava i cerchi ogni sabato. Per la benzina, solo quelle speciali che costano di più ma trattano meglio il motore. E dopo il pieno, controllino alla pressione delle gomme perché non si sa mai. Così come è imprescindibile il giro dal meccanico per un check-up di sicurezza mensile.

Marco, invece, considera la sua Bullet una bella macchina e la tratta bene, ma nulla più. La porta a lavare ogni mese, magari anche due. E lo fa all’auto lavaggio, quello con i rulli con setole che graffiano la carrozzeria lasciando dei microsolchi larghi mezzo micron, che quindi tutti quelli che girano con un microscopio professionale in tasca potranno vedere. Il pieno lo fa ai distributori senza marca, perché si risparmia, e l’ultima volta che ha cambiato i tergicristalli è stato quando… no, non li ha mai cambiati. Dal meccanico ci va solo quando lo chiamano per dirgli che sarebbe ora di fare un tagliando. E comunque anche in questo caso, ci va due mesi dopo la telefonata.

Come sempre succede in questi così, l’auto di Marco non gli dà problemi e non le succede nulla, nonostante lui faccia quasi 50.000 km nei primi sei mesi.
Claudio, invece, non è altrettanto fortunato. In sei mesi e soli 10.000 km, gli si è crepato il parabrezza per colpa di un sasso. Carglass gliel’ha riparato ma lui ora vede quei due seghetti larghi ben mezzo millimetro e sta pensando di cambiare tutto il vetro. Prima però deve trovare i soldi necessari per sistemare il paraurti, ammaccato nel parcheggio dell’Esselunga da un figlio di puttana che poi è anche scappato senza lasciargli nessun messaggio. E c’è da fare un giro all’elettrauto perché continuano a saltargli le lampadine dei fanali. Oltre ovviamente al carrozziere, perché proprio nel giorno della più grande grandinata della storia lui doveva uscire a fare un giro con la Bullet…

La storia non è nuova, l’avrete sentita tutti o magari vissuta in prima persona. Sembra quasi che la sfiga si diverta a colpire l’oggetto delle nostre passioni mentre ignora bellamente il medesimo oggetto se questo è nelle mani di uno che lo apprezza meno di un decimo di noi.

Questo vale anche per me e Carla. Io sono Marco, lei Claudio e la Bullet è Paolo.

Carla lo tratta sempre con i guanti di cotone, lo richiama quando fa qualcosa di appena appena pericoloso e gioca con lui come una vera mamma, cioè disegnando, colorando e roba del genere, tutto sempre molto tranquillo.

Io lo faccio camminare sullo schienale del divano, saltare sul letto, lo lancio in aria, lo uso come cavia per mettere in pratica tutte quelle tecniche di wrestling viste da piccolo e mai provate nel mondo reale (giuro: mi manca solo lo schiacciacervelli perché non ho trovato il coraggio di farlo. Per ora…).

Lei sta seduta con lui su delle sedie per bambini e insieme leggono un libro pieno di figure. Io lo stesso libro lo leggo con la testa che penzola verso il basso e le gambe sullo schienale del divano, con Paolo affianco che fa lo stesso e ride insieme a me.

E Paolo, sistematicamente si fa sempre male con Carla. Sempre. Se Paolo prende 10 botte nel giro di una settimana, sette sono con Carla, due da solo e forse una con me.
Di più: tutte le volte che Paolo si è fatto davvero male, cioè mega bernoccolo e roba del genere (per fortuna non è mai successo niente di serio), è sempre, SEMPRE, successo mentre era con Carla.

E’ la mia salvezza, perché lei sa bene come noi due giochiamo insieme e se quindi si facesse male durante una delle nostre solite “cose che non vanno fatte! E’ solo un bambino!“, sarei morto.

Ma è proprio come per Marco e Claudio, e le loro Bullet: chi la tratta con i guanti finisce per avere più guai e problemi. Chi la usa normalmente, se la gode e basta, senza tante grane o delusioni. Sembra assurdo e stupito, e in parte sicuramente lo è, ma certe volte le cose bisogna sapersele godere senza pensarci su troppo. Tanto non importa cosa fai, prima o poi la tua macchina si romperà o forerai. O tuo figlio prenderà una botta in testa perché corre guardando da un’altra parte, o salta troppo vicino al bordo del letto. Stacci attento e trattalo bene, ma non metterlo sotto una campana di vetro perché altrimenti non farà altro che prendere testate cercando di uscirci. 🙂

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Ieri, oggi e domani (e sabato)

È una settimana importante​ e piena quella che è iniziata ieri. Ho duemila cose da fare di portata e peso non indifferente.

Devo chiudere un volume immenso che ha bisogno di un livello di cura e attenzione assurdi (e per questo devo ancora finire l’ultimo articolo che ci va dentro). Devo supervisionare vari manga che vedrete a Lucca, e probabilmente questo è il mese dell’anno con il più alto numero di volumi su cui devo lavorare in 30 giorni. Devo fare mille altre cosette, tutt’altro che corte, sperando che le traduzioni di vari progetti americani arrivino in ritardo, altrimenti sono finito.

Peccato che faccia tutto a rilento perché domenica sono andato a fare delle ripetute in salita con un amico, e il mio corpo non ha gradito la cosa lasciandomi mille doloretti. Soprattutto, però, non ha gradito le 60 vasche fatte a nuoto ieri: già avevo male praticamente ovunque, dopo il nuoto, che per me è stato uno sforzo immenso (al punto che sto seriamente pensando di scendere di livello), è scomparso il praticamente e sono un completo cadavere. Ho male da in piedi, da seduto, da sdraiato. Ho male se sto fermo o se cammino. E questo ha fatto sì che dormissi male, per cui sono anche rintronato.

Fermi lì, siamo solo a metà. Questa è la parte tranquilla, ora arrivano i fuochi d’artificio.

In tutto questo si inserisce, infatti, il matrimonio del mio migliore amico, che è domani a circa 120km da casa mia. Dove non solo sono testimone ma anche Paolo ha un ruolo importante. Ha… diciamo avrebbe avuto visto che ieri il termometro infilato nel suo orecchio alle 18 indicava 38,7. E stanotte si è svegliato piangendo e tremando con 40 di febbre. Lui ha spesso il febbrone ma non si è mai lamentato così tanto come ieri, quando piangeva e diceva “aiuto, mamma”. Mamma che ha una settimana di superlavoro anche lei, quindi non può stare a casa a darmi una mano con lui, che ovviamente non va al nido.

Domani quindi che si fa? Si porta Paolo e Carla al matrimonio o li si lascia a casa? Prima di pormi questo problema, ce n’è un altro più a monte: come ci vado alla cerimonia? Già, c’è anche questo da capire.

La settimana scorsa Carla ha portato la mia auto a lavare e il tizio del distributore le ha detto che sentiva odore di gasolio nel motore. Così oggi vado all’Alfa a vedere la situazione e mi dicono che sì, c’è l’odore e sarebbe meglio lasciarla lì per fare una verifica. Che non sanno quando potranno farla, visto che sono pieni di lavoro, e quanto tempo (e quindi soldi) porterà via visto che non sanno che problema sia. Bonus time: mi dicono che ho il tagliando da fare e le pastiglie dei freni sono andate, quindi solo per queste ultime due cose, senza contare il problema odore gasolio, parto dai 600 euro di conto.

Così sono all’Alfa, a svariati km da casa mia, decisamente più povero di prima, senza che nessuno sapesse che ci sarei andato (e quindi potesse prepararsi all’eventualità di venire a prendermi) e distante dalla fermata del tram più comoda. Tram per cui ovviamente non avrei il biglietto.

Risolvo grazie a un tizio del concessionario molto simpatico e gentile che mi porta alla fermata, e scopro che ora si può comprare il biglietto a bordo. Costa di più ma frega nulla.

Arrivo alla suddetta fermata e vedo che ho perso il tram per 3 minuti, quindi ne dovrò aspettare quindici. Per fortuna almeno c’è dell’ombra in cui stare.

Finalmente si torna a casa…

Tornando a casa realizzo che domani mattina sarei dovuto andare a prendere mio padre che fa degli esami prima di un piccolo e banale intervento. Ma ho Paolo a casa e non ho nessun mezzo di trasporto, quindi pure questa cosa diventa impossibile.

Infine sabato c’è la festa per il matrimonio. Sempre a più di 100km da casa mia. Abbiamo già prenotato un B&B dove avremmo dovuto fermarci, ma a questo punto chissà se ci andremo…

Sto seriamente pensando di farmi ibernare fino a lunedì, sperando che la settimana prossima non sia addirittura buona, mi accontenterei anche di un difficile. Tutto è meglio dell’impossibile in cui sono al momento.

Ogni maledetta domenica (e fottuto sabato)

La prima versione di questo post doveva riportare un elenco fedele di tutte le cose fatte da me e Carla durante lo scorso fine settimana. Arrivato a due pagine di A4 di descrizioni nemmeno troppo estese, ho deciso che era un inutile esercizio di stile che avrebbe annoiato il 99% dei lettori (e, sinceramente, io sarei stato tra quel 99%) e quindi ho buttato via tutto e sono ripartito da zero. Ma non cambio l’argomento della discussione, che è il week-end.

Da giovane era la pacchia, il momento più atteso della settimana, quando potevi semplicemente fare tutto: giocare, leggere, dormire, sport, cinema e chi più ne ha più ne metta. Nulla era precluso, nulla era impossibile perché il temo era dilatato e le 48 ore di sabato e domenica diventavano un qualcosa più vicino alle 96 di un lunedì-giovedì.

Poi è arrivato Paolo e le 48 ore del week-end sono diventate davvero 48, perché di tempo libero ce n’era ancora una marea, ma meno di prima.

Oggi Paolo ha due anni e mezzo, e il week-end attualmente sembra durare dalle tre alle cinque ore. E queste sono così fottutamente dense che quando finiscono, ho/abbiamo bisogno di almeno tre giorni lavorativi, cioè con Paolo al nido e quindi libertà per noi, per riprenderti.

Per capirci, lo scorso fine settimana siamo andati in stazione, abbiamo pranzato fuori e visto vari animali, fatto visita al nonno, siamo usciti a fare una passeggiata con amici e molto altro ancora. Ma davvero molto! E, per non farci mancare nulla, abbiamo anche visto un film (splendido: Arrival. Dalle 22 in poi, cioè solo dopo che abbiamo messo a letto Paolo, ovviamente) e fatto attività sportiva (Carla in palestra sabato mattina, io a correre domenica mattina).

Così siamo arrivati a domenica sera letteralmente morti. Al punto che quando verso le 18:30 ci hanno chiamato degli amici per chiederci se volevamo andare a casa loro per una pizza, io ho subito risposto no perché sapevo che se fossi uscito di casa di nuovo sarei sicuramente crollato a dormire sul tavolo, se non proprio svenuto per la stanchezza*.

E questa è sola l’ultima delle offerte che abbiamo rifiutato nell’ultimo periodo. Senza contare tutte le famiglie di amici che dovremmo rivedere da una vita (Alessandro, Andrea, Filippo, e mille altri) ma che non troviamo mai il tempo di vedere.

Per questo io sto cominciando a odiare il week-end. Troppe cose da fare in troppo poco tempo, e con energie che sono sempre di meno.

Sono diventato l’antitesi del pensiero raccontato ne Il sabato del villaggio di Leopardi. Io BRAMO l’arrivo del lunedì, quando potrò starmene da solo a lavorare in santa pace dalle 9 alle 16. Perché amo Paolo e adoro stare con lui, ma non ho l’energia necessaria per stare dietro tutto il giorno, per due giorni di fila, a una trottolina impazzita che non si ferma mai, che corre sempre in giro per la casa, che ti trascina avanti e indietro, che ora vuole questo, l’istante dopo vuole quello e anche altre duecento cose.

Amo alla follia Paolo, e mi piace che sia un maschio così pieno di vita e voglia di fare, ma la domenica sera, ogni tanto, penso anche che se avessi avuto una femmina tutta carina e calma, male poi non sarebbe stato 😉

* a essere completamente sinceri, il 70% della mia stanchezza di questo fine settimana deriva dalla marcia massacrante fatta domenica mattina. Ma non saremmo comunque usciti lo stesso, perché dopo giornate come queste, quando Paolo è già stato sballottato abbastanza, preferiamo restare a casa a calmarlo e a spupazzarcelo prima del ritorno al tran tran dei giorni feriali.

Paranoia da sveglia

svegliaSu 365 risvegli mattutini che ci sono in un anno, io ne faccio all’incirca 10 con una sveglia. Di questi metà avvengono a o per Lucca Comics & Games, due o tre per riunioni importanti a Modena, e il resto sono i rari casi in cui la mia sveglia è programmata per un qualsiasi motivo.

E gli altri giorni?

Beh, fino al luglio 2014 non avevo la sveglia. Lavorando a casa in maniera completamente autonoma, mi svegliavo semplicemente quando il mio corpo diceva che era ora di farlo. E visto che praticamente ogni sera andavo avanti a lavorare almeno fino alle due, non aprivo mai gli occhi prima delle 8:30 o 9:00 (a me basta dormire poco per essere riposato mentre al contrario se dormo troppo sono rincretinito per tutto il giorno).

Nel luglio 2014 arriva Paolo e quindi la sveglia non serve più perché ci pensa lui con i suoi strilli, o Carla che ha bisogno di un po’ di riposo, a dirmi che è ora di aprire gli occhi. Finita la maternità della mia dolce metà, toccava a me fare la guardia al principe ereditario e quindi Carla mi svegliava prima di uscire. Poi arriva il momento del nido e fin dall’inizio il ruolo di accompagnatore ufficiale del suddetto principe viene affidato a me. Quindi ogni giorno si esce di casa attorno alle 8:30 per fare i duecento metri che ci separano dalla scuola dove Paolo passerà la mattinata. Ma anche in questo caso, io non uso la sveglia perché ci pensa Carla a dirmi di mettermi in moto.

Sono così disabituato ad addormentarmi con la consapevolezza che sarò svegliato da un suono che la cosa mi crea la (stupida) paranoia di non sentire l’allarme sommata a quella di bucare l’appuntamento.

Esempio concreto e recentissimo.

Sabato sera imposto la sveglia sul mio telefono alle 7:30 di domenica mattina perché devo andare a fare una marcia con un mio amico (cosa che non facevo da taaaaanti anni). Non avevo mai usato l’Honor 8 per svegliarmi e questo era il primo problema: non ero certo che avrebbe funzionato o che l’avrei sentito.

Il secondo problema era, come detto, l’angoscia di non sentire la sveglia e di bucare l’appuntamento. Cosa che mi è capitata più di una volta, proprio a causa della mia mancanza di abitudine ad aprire gli occhi in seguito a un allarme sonoro (che non sento, o sento e non considero).

Così finisce che, praticamente ogni volta, mi sveglio prima dell’ora prefissata. Ma parecchio prima! Sabato sono stato sveglio per una decina abbondante di minuti in attesa del suono, convinto che sarebbe arrivato a breve. Salvo poi arrendermi e controllare l’ora… e scoprire che erano le 5:36. Così mi sono girato e riaddormentato, ma il mio sonno è stato agitato per la solita paranoia. Ho aperto gli occhi almeno altre tre o quattro volte prima che l’allarme della sveglia mi svegliasse perché era effettivamente l’ora di alzarsi.

Un suono che quando è arrivato, per me è stato una fonte di sollievo e liberazione: la tortura a cui mi ero auto sottoposto fino a poco prima era finalmente finita!

Così ho spento il telefono, ho tolto la modalità aereo, ho letto il messaggio del mio amico che mi diceva che non sarebbe venuto per colpa di una notte difficile di sua figlia, e ho quindi spento tutto e sono tornato a dormire. Non prima di aver maledetto la sveglia e la mia incapacità di gestirla.

(No, dai, scherzo. È tutto vero tranne il ritornare a dormire: ormai ero sveglio, la corsa andava fatta. E l’ho fatta, e lo posso anche dimostrare :))

Due lingue

bilinguismoNon tutti quelli che leggono Zero3 sanno che Carla è americana. Già, nonostante il nome completo sia Carla Campana, mia moglie è nata in California da un padre americano di seconda generazione e una mamma polacca. Fino ai sei anni nemmeno sapeva una parola d’italiano, lingua che il padre a sua volta non conosceva. La sua storia familiare meriterebbe almeno quattro o cinque post a parte, ma per ora sorvoliamo.

Dicevo, Carla è americana. Vive in Italia da una vita, ma se la sentite parlare in inglese capirete subito che è madrelingua. Per questo motivo quando abbiamo iniziato a discutere di avere un figlio, abbiamo affrontato la questione del bilinguismo decidendo fin da subito che lei avrebbe parlato al bambino sempre e solo in inglese.

Salto avanti di qualche decina di mesi e siamo qui con Paolo che ha quasi due anni e a cui Carla ha effettivamente parlato sempre in inglese fin dal giorno della nascita. Stando a varie esperienze di amici e cose lette sui libri che trattano dell’argomento, i bambini che crescono sentendo due lingue ci mettono di più a parlare e il nostro non fa differenza (sommateci pure che le lingue che sente sono tre, visto che Carla e sua madre parlano tra loro nel 99% dei casi in polacco, e capirete che l’eccezione qui non poteva proprio esserci :D).

Ancora non parla veramente, però Paolo ha iniziato a dire qualche parola. Luce è stata la prima in assoluto, la più usata per indicare le cose che fanno appunto luce e che lui ama molto. Poi c’è trice, contrazione di lavatrice/asciugatrice eccetera. O la più recente izza, per pizza. Dice spesso c’è e non c’è, replicando un modo di dire scherzoso che abbiamo io e Carla. Una volta ha detto azie, quando gli gira (raramente) daddy.

Non so se lo notate, ma tranne l’ultima hanno tutte una cosa in comune: sono parole italiane. Già, Paolo non sembra voler parlare inglese e la cosa sinceramente un po’… non dico che mi preoccupasse, però era un ronzio di fondo che avevo in testa da qualche mese.

Poi ieri ho realizzato una cosa e tutto è cambiato. Era mattina ed ero sul divano con vicino il biberon usato da Paolo per la colazione. Carla lo voleva per metterci altro latte e quindi gli ha detto “go get the bottle from daddy and bring it back”. E Paolo è venuto tutto trottelerrante a prendersi il bibe e l’ha portato alla mamma.

Allora ho aperto gli occhi: è vero, Paolo non parla in inglese, ma lo capisce perfettamente. La mamma non ha mai, ma proprio MAI, bisogno di ripetere una cosa in italiano: lui la ascolta e fa (o non fa, a seconda della predisposizione del momento: è un testone con un bel caratterino!) quello che gli viene detto.

Sono piccole ma anche grandi gioie di un papà che vede il mostriciattolo diventare sempre più grande, imparare a fare sempre più cose, giorno dopo giorno.

Errata corrige

La prima versione del post di ieri riportava inizialmente come dolce ordinato da Carla la bignolata.

Andando contro tutto quanto scritto qui tempo fa, Carla ha letto il post e mi ha fatto notare che la torta era una meringata. Ho quindi corretto quanto scritto, e questo post serve a spiegare a quelli che me l’hanno chiesto, o alle persone che  non capivano perché qualcuno parlasse di bignolata quando invece qui si parlava di meriganta, quanto successo 🙂

A questo punto aggiungo anche che io la meringata la mangio, ma di certo non è uno dei miei dolci preferiti. Chissà cosa aveva in testa mia mamma quel giorno…

Bene, tornate pure ai vostri preparativi per il pranzo di Pasqua 🙂

Carla e il mio compleanno – parte 1

È il mio compleanno! Auguri a me, trombette e stelle filanti per tutti! Sono 41: sì, sono vecchio. Che ci volete fare, il tempo passa e solo i fortunati invecchiano, quindi io non mi lamento. 🙂

Per festeggiare degnamente l’evento, che tra l’altro coincide anche con il secondo compleanno di Zero3, ho pensato di raccontarvi due simpatiche storie dei miei compleanni passati con Carla.

La prima risale a parecchi anni fa. Non so bene quando, ma vivevamo già insieme in questa casa. Considerato che ci siamo entrati in novembre, azzarderei che fosse il marzo successivo, quello del mio primo compleanno da conviventi. Poteva essere il 2006, ma poco cambia cmq.

Carla nel 2004!

Racconto dal passato? Foto dal passato! Una delle foto più belle di Carla, risalente all’ormai lontano 2004! 🙂

Carla decide di farmi una festa a sorpresa. Un gesto bello ma che nasceva sotto una cattiva stella per due motivi:
1. Io da sempre mi accorgo se c’è qualcosa di “strano” attorno a me che mi coinvolge. Se, per esempio, qualcuno cerca di organizzare una festa a sorpresa, nove volte su dieci lo sgammo. Che mi ricordi, solo una volta sono stato veramente fregato, tanti anni fa.
2. Carla è completamente trasparente. Se fosse una giocatrice di poker, sarebbe la classica persona che ricevute le cinque carte, diventerebbe rossa come un peperone se ha un poker servito, o sbufferebbe se la mano è inutile.

Dicevo, festa a sorpresa. Facendo finta di nulla, il 23 marzo si mette a parlare di dolci con me mentre io sto giocando con una qualche console. La discussione a un certo punto prende una piega fantastica che vi riporto qua:

Carla – “Beh, la tua torta preferita è la meringata, no?”
Io – “No, la millefoglie con le scaglie di cioccolato.”
Carla – “Ma no, non scherzare, dai. È la meringata!”
Io – “No, è davvero la millefoglie con le scaglie di cioccolato.”

Silenzio per cinque secondi con Carla che mi fissa con una faccia a metà tra il perplesso e il “oh cazzo cazzo cazzo”. È difficile da descrivere, ma immaginatevi una persona che sbarra un po’ gli occhi mentre tutto il viso si ferma in un’espressione corrucciata. Quasi potete sentire uscire dalla sua testa un lontano eco fatto di rotelle che lentamente, e faticosamente, si rimettono in moto e le bestemmie del macchinista che sta tirando le leve necessarie perché questo succeda. Bestemmie che servono anche a maledire l’errore che si è appena realizzato di aver fatto.
Il silenzio viene interrotto da una frase secca buttata lì con nonchalance, come se niente fosse successo e fosse normale dirla così, in mezzo a un tranquillo pomeriggio che stavamo passando insieme a casa.

Carla – “Scusa, esco un attimo”

E in un secondo si mette la giacca ed esce di casa, tutta di fretta. Senza dire altro. Io, ovviamente, scoppio a ridere non appena si chiude la porta.

Al suo ritorno, da vero bastardo, ovviamente la accolgo chiedendole, con il grande tatto che mi contraddistingue: “Hai ordinato la torta sbagliata per la mia festa a sorpresa?”

Completamente scoperta, Carla vuotò quindi il sacco.
In pratica all’origine dell’errore ci fu una telefonata che fece a mia mamma per chiederle qual era il mio dolce preferito*, con la prode Adriana che le disse appunto la bignolata. Che, per dirla tutta, mi piace anche molto, ma non è la mia torta preferita e quello mi aveva domandato Carla. Se mi avesse chiesto “Ma ti piace anche la meringata?” io le avrei detto di sì, e quindi avrebbe potuto salvare la sorpresa e non farsi scoprire. Invece no, Carla la trasparente si fece prendere dall’emozione e si tradì. E, tra l’altro, per nulla perché alla fine non fece nemmeno in tempo a cambiare l’ordine, e così io e lei, più i miei amici “misteriosamente” apparsi per festeggiarmi, un paio di sere dopo mangiammo una buonissima meringata. Non prima, però, che io raccontassi a tutti la storia che avete appena letto qui, tra le risate generali. Donna di infinita pazienza Carla, eh? 😉

* Uno che non mi conosce potrebbe chiedersi come è possibile che Carla, con cui stavo insieme da tre anni e convivevo minimo da 4 mesi, se non di più, non sapesse qual è il mio dolce preferito. In realtà la cosa è molto semplice: io ho un rapporto molto basico col cibo: non sono per nulla goloso e mangio molto spesso più perché devo che perché voglio. Quindi è normale che lei non lo sapesse, perché semplicemente io non gliel’avevo mai detto e nemmeno aveva avuto modo di capirlo dalle mie abitudini.

Il voyerismo particolare di Carla

buco della serraturaCarla, per chi non lo sapesse, è mia moglie. La persona con cui sono insieme da quasi tredici anni, con cui convivo non so da quanto (penso sui dieci, ma purtroppo non ci siamo mai segnati la data e quindi nessuno se lo ricorda con precisione). E, non ultimo, la mamma di Paolone.

Carla non legge Zero. Non l’ha mai veramente fatto, nemmeno nelle due precedenti incarnazioni. Ogni tanto le segnalo che c’è un articolo interessante, ma non è detto che poi vada sul blog. A meno che non si parli di lei: in quel caso si precipita.

E se mai passa di qui, non solo non commenta (prevedibile) ma nemmeno mi dice nulla dal vivo su quello che ha letto. Anzi, a ripensarci se passa di qui non me lo dice, quindi è possibilissimo che ogni tanto ci faccia un giro senza che io lo sappia. Possibile, ma improbabile per vari motivi.

C’è però un caso in cui Carla legge con curiosità e avidità quello che scrivo qui: se mi becca nel momento in cui lo scrivo. Se sono davanti al PC con l’editor di WordPress aperto, e con varie parole su schermo, allora si ferma dietro di me e comincia a leggere tutto. Ben sapendo, visto che gliel’ho detto mille volte, che la cosa mi dà fastidio perché mi distrae e, in un certo senso, mi imbarazza avere qualcuno che legge quello che sto scrivendo mentre lo scrivo. Non so bene perché, ma è così.

Carla ha quindi una specie di complesso voyeristico per i miei testi. Se li becca non finiti, rozzi, temporanei, deve leggerli e quando le dico di sloggiare fa anche la faccia infastidita. Quelli finiti e messi online perché tutti li leggano… quelli non le interessano minimamente!

Però quello che più mi scoccia non è il fatto che non passa per Zero perché ha altro da fare. No, i miei testi qui perdono la lotta per il suo tempo libero con Facebook, e ci può stare, e con le importantissime notizie che si trovano su siti tipo Gossip.it! Sapere che preferisce leggere degli articoli sull’età o il peso di Tina Cipollari* invece che i miei post è deprimente. Per lei.

Così ora la sputtano pubblicamente sul mio blog a riguardo. Sì, lo faccio per vendicarmi, ma almeno così un post del blog lo leggerà 😉

* ci tengo a dire che ho dovuto cercare il nome su Google, usano una una chiave abbastanza vaga per identificare il personaggio. Chiave che nonostante tutto mi ha dato risultato voluto. Al quarto link, giusto dietro un porno che, visto il titolo, penso e spero nessuno guarderà mai 😀

Conoscere la propria dolce metà

Carla – Allora Mattia, partiamo tra dieci minuti?

Mi guardo attorno: Paolo non ha ancora addosso i vestiti che dovrà mettere. Carla è in cucina che si muove come una formichina impazzita mentre fa chissà cosa. E non abbiamo nulla di pronto di quanto dobbiamo portare via.

Io – Dieci minuti? Ti do un milione di euro se sei pronta in dieci minuti.

Lei ci pensa un attimo…

Carla – venti minuti.

Io – Cinquecentomila.

Sorrisi e ognuno torna a fare quello che stava facendo, ben sapendo che forse, FORSE, cominceremo a cambiare Paolo tra mezz’ora.

Adoro il folle edonismo del fine settimana. 😀

Certe cose non cambiano mai…

Venerdì facebook mi segnala questo vecchio status del 2012:

In auto e guida Carla. Il tempo si ferma coccolato dal dolce e suadente rumore del motore, che non supera mai i 1500 giri.

Posted by Mattia Dal Corno on Martedì 23 ottobre 2012

(per chi non lo vede: “In auto e guida Carla. Il tempo si ferma coccolato dal dolce e suadente rumore del motore, che non supera mai i 1500 giri.”)

E’ bello vedere che passano gli anni, ma certe cose non cambiano.
Settimana scorsa, siamo in auto e guida lei. Io a un certo punto mi giro e le dico:

Beh, buon Natale

Lei mi guarda sorpresa e confusa, e ovviamente mi chiede che cosa vuol dire. Al che rispondo:

E’ che vai così piano che il tempo ci ha superato e ora è Natale! Auguri!

E siamo scoppiati a ridere.

(nel mentre, Paolo nel suo seggiolone dietro di noi, si guardava intorno cercando di capire che stava succedendo :))