[L’altro Netflix] The Barkley Marathons

Con l’arrivo di Paolo, sono pochi i film o le serie tv che riesco a vedere. Eppure The Barkley Marathons (in italiano: La maratona Barkley: la gara che divora la sua prole) l’ho già guardato due volte e penso che prima o poi lo rifarò ancora.

Mi è piaciuto così tanto che è stato lui da solo a portarmi a creare la rubrica L’altro Netflix, perché sentivo il bisogno di parlarne e di consigliarlo a tutti.

The Barkley Marathons è un documentario che racconta un’edizione della Barkley Marathon, una ultramaratona (quindi non 42 km ma dai 60 in su) che si tiene una volta all’anno e che è assolutamente unica nel suo genere. Lo è perché iscriversi è difficile visto che il modo per farlo è nascosto e difficile da trovare. E se ci riesci, ti arriva un messaggio che inizia con “Ci dispiace informarti che sei stato accettato”.

Lo è perché si corre in mezzo a dei boschi del Tennessee, su sentieri impervi ma anche su e giù per colline che non hanno proprio sentieri, solo piante dotate di spine e roba del genere.

Lo è perché ad organizzare il tutto sono un gruppo di amici del posto completamente fuori di testa. Gente all’apparenza sadica ma che invece lo fa (anche) per passione e per divertimento, nulla più. Infatti non c’è alcun riferimento ai soldi o alla fama, non è questo lo spirito della corsa. A dimostrazione della cosa c’è il prezzo da pagare per iscriversi (una camicia e una targa di automobile del tuo paese), il numero limitato di partecipanti e la totale assenza di ogni tipo di sponsor.

I suddetti matti sono anche estremamente simpatici, in particolare lo è Lazarus Lake, il vero protagonista del documentario e colui che spiega ogni aspetto della corsa e delle tradizioni che si sono sviluppate nel corso degli anni. Ed è proprio lui il vero punto di forza di questo documentario: perché con la sua faccia buffa e un po’ stralunata e la sua parlata da vero americano del sud, ti trascina in questa follia che vede 40 matti correre per 160 km in massimo 60 ore, e riesce quasi a farti venire la voglia di provare a farlo anche tu!

E questo sia se siete amanti della corsa, sia se il massimo sforzo fisico che fate è aprire il frigo la mattina.

Ci riesce grazie a una serie infinita di aneddoti interessantissimi e divertenti che ci racconta. Grazie al suo strampalato progetto che è diventato un fenomeno di culto internazionale ben prima dell’uscita di questo documentario. Grazie al preciso regolamento per la corsa da loro ideato, tanto semplice e limitato quanto chiaro e facile da capire. Ma che è anche completamente assurdo.

Potrei andare avanti per ore ma mi fermo qui, perché non voglio spoilerare le infinite sorprese che vi troverete guardando questa avventura nel mondo di Lazarus Lake e amici.

The Barkley Marathons va visto, punto. Lo trovate cercandolo su Netflix o premendo qui. Per fortuna è solo in inglese e non c’è un orrendo doppiaggio italiano a coprire le voci originali, ma ci sono i sottotitoli italiani se vi servono.

PS: se dopo aver visto il film vi interessa sapere qualcosa di più su Lazarus, leggete questo splendido articolo. Ma fatelo solo DOPO la visione, mi raccomando!

L’altro Netflix” è una rubrica di Zero3 in cui vi segnalo serie, film o altro che si trovano su Netflix e di cui si parla poco o nulla, ma che in realtà meritano la vostra attenzione. Per vedere tutti gli articoli di questa rubrica, basta premere qui.

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Ieri, oggi e domani (e sabato)

È una settimana importante​ e piena quella che è iniziata ieri. Ho duemila cose da fare di portata e peso non indifferente.

Devo chiudere un volume immenso che ha bisogno di un livello di cura e attenzione assurdi (e per questo devo ancora finire l’ultimo articolo che ci va dentro). Devo supervisionare vari manga che vedrete a Lucca, e probabilmente questo è il mese dell’anno con il più alto numero di volumi su cui devo lavorare in 30 giorni. Devo fare mille altre cosette, tutt’altro che corte, sperando che le traduzioni di vari progetti americani arrivino in ritardo, altrimenti sono finito.

Peccato che faccia tutto a rilento perché domenica sono andato a fare delle ripetute in salita con un amico, e il mio corpo non ha gradito la cosa lasciandomi mille doloretti. Soprattutto, però, non ha gradito le 60 vasche fatte a nuoto ieri: già avevo male praticamente ovunque, dopo il nuoto, che per me è stato uno sforzo immenso (al punto che sto seriamente pensando di scendere di livello), è scomparso il praticamente e sono un completo cadavere. Ho male da in piedi, da seduto, da sdraiato. Ho male se sto fermo o se cammino. E questo ha fatto sì che dormissi male, per cui sono anche rintronato.

Fermi lì, siamo solo a metà. Questa è la parte tranquilla, ora arrivano i fuochi d’artificio.

In tutto questo si inserisce, infatti, il matrimonio del mio migliore amico, che è domani a circa 120km da casa mia. Dove non solo sono testimone ma anche Paolo ha un ruolo importante. Ha… diciamo avrebbe avuto visto che ieri il termometro infilato nel suo orecchio alle 18 indicava 38,7. E stanotte si è svegliato piangendo e tremando con 40 di febbre. Lui ha spesso il febbrone ma non si è mai lamentato così tanto come ieri, quando piangeva e diceva “aiuto, mamma”. Mamma che ha una settimana di superlavoro anche lei, quindi non può stare a casa a darmi una mano con lui, che ovviamente non va al nido.

Domani quindi che si fa? Si porta Paolo e Carla al matrimonio o li si lascia a casa? Prima di pormi questo problema, ce n’è un altro più a monte: come ci vado alla cerimonia? Già, c’è anche questo da capire.

La settimana scorsa Carla ha portato la mia auto a lavare e il tizio del distributore le ha detto che sentiva odore di gasolio nel motore. Così oggi vado all’Alfa a vedere la situazione e mi dicono che sì, c’è l’odore e sarebbe meglio lasciarla lì per fare una verifica. Che non sanno quando potranno farla, visto che sono pieni di lavoro, e quanto tempo (e quindi soldi) porterà via visto che non sanno che problema sia. Bonus time: mi dicono che ho il tagliando da fare e le pastiglie dei freni sono andate, quindi solo per queste ultime due cose, senza contare il problema odore gasolio, parto dai 600 euro di conto.

Così sono all’Alfa, a svariati km da casa mia, decisamente più povero di prima, senza che nessuno sapesse che ci sarei andato (e quindi potesse prepararsi all’eventualità di venire a prendermi) e distante dalla fermata del tram più comoda. Tram per cui ovviamente non avrei il biglietto.

Risolvo grazie a un tizio del concessionario molto simpatico e gentile che mi porta alla fermata, e scopro che ora si può comprare il biglietto a bordo. Costa di più ma frega nulla.

Arrivo alla suddetta fermata e vedo che ho perso il tram per 3 minuti, quindi ne dovrò aspettare quindici. Per fortuna almeno c’è dell’ombra in cui stare.

Finalmente si torna a casa…

Tornando a casa realizzo che domani mattina sarei dovuto andare a prendere mio padre che fa degli esami prima di un piccolo e banale intervento. Ma ho Paolo a casa e non ho nessun mezzo di trasporto, quindi pure questa cosa diventa impossibile.

Infine sabato c’è la festa per il matrimonio. Sempre a più di 100km da casa mia. Abbiamo già prenotato un B&B dove avremmo dovuto fermarci, ma a questo punto chissà se ci andremo…

Sto seriamente pensando di farmi ibernare fino a lunedì, sperando che la settimana prossima non sia addirittura buona, mi accontenterei anche di un difficile. Tutto è meglio dell’impossibile in cui sono al momento.

Paranoia da sveglia

svegliaSu 365 risvegli mattutini che ci sono in un anno, io ne faccio all’incirca 10 con una sveglia. Di questi metà avvengono a o per Lucca Comics & Games, due o tre per riunioni importanti a Modena, e il resto sono i rari casi in cui la mia sveglia è programmata per un qualsiasi motivo.

E gli altri giorni?

Beh, fino al luglio 2014 non avevo la sveglia. Lavorando a casa in maniera completamente autonoma, mi svegliavo semplicemente quando il mio corpo diceva che era ora di farlo. E visto che praticamente ogni sera andavo avanti a lavorare almeno fino alle due, non aprivo mai gli occhi prima delle 8:30 o 9:00 (a me basta dormire poco per essere riposato mentre al contrario se dormo troppo sono rincretinito per tutto il giorno).

Nel luglio 2014 arriva Paolo e quindi la sveglia non serve più perché ci pensa lui con i suoi strilli, o Carla che ha bisogno di un po’ di riposo, a dirmi che è ora di aprire gli occhi. Finita la maternità della mia dolce metà, toccava a me fare la guardia al principe ereditario e quindi Carla mi svegliava prima di uscire. Poi arriva il momento del nido e fin dall’inizio il ruolo di accompagnatore ufficiale del suddetto principe viene affidato a me. Quindi ogni giorno si esce di casa attorno alle 8:30 per fare i duecento metri che ci separano dalla scuola dove Paolo passerà la mattinata. Ma anche in questo caso, io non uso la sveglia perché ci pensa Carla a dirmi di mettermi in moto.

Sono così disabituato ad addormentarmi con la consapevolezza che sarò svegliato da un suono che la cosa mi crea la (stupida) paranoia di non sentire l’allarme sommata a quella di bucare l’appuntamento.

Esempio concreto e recentissimo.

Sabato sera imposto la sveglia sul mio telefono alle 7:30 di domenica mattina perché devo andare a fare una marcia con un mio amico (cosa che non facevo da taaaaanti anni). Non avevo mai usato l’Honor 8 per svegliarmi e questo era il primo problema: non ero certo che avrebbe funzionato o che l’avrei sentito.

Il secondo problema era, come detto, l’angoscia di non sentire la sveglia e di bucare l’appuntamento. Cosa che mi è capitata più di una volta, proprio a causa della mia mancanza di abitudine ad aprire gli occhi in seguito a un allarme sonoro (che non sento, o sento e non considero).

Così finisce che, praticamente ogni volta, mi sveglio prima dell’ora prefissata. Ma parecchio prima! Sabato sono stato sveglio per una decina abbondante di minuti in attesa del suono, convinto che sarebbe arrivato a breve. Salvo poi arrendermi e controllare l’ora… e scoprire che erano le 5:36. Così mi sono girato e riaddormentato, ma il mio sonno è stato agitato per la solita paranoia. Ho aperto gli occhi almeno altre tre o quattro volte prima che l’allarme della sveglia mi svegliasse perché era effettivamente l’ora di alzarsi.

Un suono che quando è arrivato, per me è stato una fonte di sollievo e liberazione: la tortura a cui mi ero auto sottoposto fino a poco prima era finalmente finita!

Così ho spento il telefono, ho tolto la modalità aereo, ho letto il messaggio del mio amico che mi diceva che non sarebbe venuto per colpa di una notte difficile di sua figlia, e ho quindi spento tutto e sono tornato a dormire. Non prima di aver maledetto la sveglia e la mia incapacità di gestirla.

(No, dai, scherzo. È tutto vero tranne il ritornare a dormire: ormai ero sveglio, la corsa andava fatta. E l’ho fatta, e lo posso anche dimostrare :))

Su e giù (ovvero la cosa che più detesto della corsa)

corsa-in-salitaC’è una che da corridore da due soldi, cioè scarso e lento ma che cerca sempre di avere un passo costante, detesto con tutte le mie forze: il fatto che anche a parità di dislivello, il tempo che perdi in salita è infinitamente maggiore di quello che guadagni in discesa.

Mi spiego meglio per chi non corre e anche per chi lo fa ma non ha capito nulla della mia contorta frase scritta qui sopra.

Mettiamo che voi correte in pianura sempre a cinque minuti al chilometro, cioè per fare un chilometro ci mettete cinque minuti.

Ora inseriamo nel vostro percorso una salita e una discesa, perfettamente uguali come lunghezza e inclinazione. Mettiamo che sia lunga 1 km e con pendenza del 20%. Se siete corridori normali, per fare l’intera salita ci mettete decisamente più dei cinque minuti che sono il vostro passo, facciamo che ce ne mettete sette. Ora, in un sistema perfetto, almeno nella mia testa, per fare la discesa ci dovreste mettere tre minuti, in modo tale da avere percorso due chilometri in dieci minuti, quindi restando sui cinque a chilometro di media. La realtà, però, è molto diversa. Quei mille metri in discesa probabilmente riuscirete a farli in 4:30, magari persino 4:00 se siete bravi a correre in discesa (cosa che è tutto tranne che facile se la discesa è ripida). Ma resta comunque un tempo che vi farà aumentare il tempo su chilometro della vostra corsa.

Lo so, è una cosa stupida, però a me scoccia. Per questo, e anche per il fatto che odio correre in salita, nei miei giri io cerco sempre la pianura e anche la più piccola salita mi scoccia. Sfortuna vuole che Vicenza sia un continuo sali e scendi, quindi mi attacco. Ma non per questo non me ne lamento 😉

“Altrettanto” a tutti voi e alla vostra famiglia!

running-santaNon è un bel periodo per quanto riguarda la corsa. Non lo è da tanto, troppo tempo, con una serie infinita di bassi e qualche raro alto. Magari un giorno vi racconterò la storia.

Oggi, però, voglio condividere quanto mi è successo stamattina. Sì, è Natale, ma io decido lo stesso di uscire per una corsetta. È un po’ che non lo faccio, quindi opto per fare la mia solita “distanza per chi non corre da un po’” alla velocità che riuscirò a tenere.

Quando sono verso la fine, sia in termini di distanza che di energie, incrocio un tipo che sta anche lui sgambettando un po’. Avrà circa cinque o dieci anni più di me, ma si capisce subito che va al doppio della mia velocità per almeno il triplo della distanza. Quando mi nota, rallenta sorridente e mi fa:

Oh, finalmente qualcuno che corre stamattina! Bravo! Auguri di buon Natale!”

E io, che sono già con un piede nella tomba dalla stanchezza e con anche un principio di asma (adoro correre col freddo ma la controindicazione è che se non sono allenato mi viene l’asma) e quindi non propriamente lucido, gli rispondo:

A… altrettanto!

Che nella mia testa voleva essere una specie di anche a te/lei, auguri anche a te/lei o altro. Ma invece esce questo “altrettanto”. Ovviamente mi sento subito un cretino, ma non ho abbastanza energia per girarmi e dirgli auguri o altro…

Quindi eccomi qui, a casa, con ancora un po’ d’asma e prima di fare la doccia, che scrivo questo post per raccontarvi questa storia e, soprattutto, per augurare un altrettanto a tutti voi e alla vostra famiglia! 😉

Un anniversario molto particolare

IMG_2767Oggi è un anniversario importante. Di quelli strani, legato a una data che probabilmente in pochi si segnano, men che meno festeggiano. Non che qui si sia fatta festa, eh! , semplicemente io me lo sono ricordato e ci ho pensato un bel po’.

Un anno fa Paolo entrava nella nostra vita. All’epoca era grande una manciata di millimetri, tipo 6 se ricordo bene, ma questo l’avremmo scoperto un paio di giorni dopo. L’unica cosa che sapevamo di lui il 18 novembre 2013 era che era dentro la pancia della mamma.

Quella mattina di 365 giorni fa ci siamo svegliati presto. Il giorno prima eravamo andati a fare una bellissima marcia mattutina per le campagne di un paesino di Vicenza e Carla aveva messo male la caviglia. Era successo proprio in un punto fantastico, in cui si correva tra due fossi costeggiati da alberi e il sole, che filtrava tra le chiome, dava un alone davvero magico al tutto. Proprio in quel momento partiva sull’iPod di Carla una  canzone dei Coldplay che le piace e lei si ritrova a pensare che era proprio una bellissima giornata, che aveva fatto bene ad alzarsi perché era una corsa davvero piacevole. Ma come Murphy ci insegna, non può andare sempre tutto bene e infatti lei si distraeva (o scivolava) e metteva male il piede. Stock, male, casino… era successo qualcosa. Cosa di preciso non lo sapeva ma fin da subito la caviglia si era gonfiata parecchio. Tra l’altro la sfiga vuole che facessimo due percorsi diversi, io quello un po’ più lungo, quindi ho scoperto la cosa solo una volta arrivato al traguardo.
Sia quello che sia, nel corso del giorno questa caviglia si gonfia sempre di più. La sera decido di farle questa foto che, di fatto, è la prima foto in cui si vede Paolo. Cioè, in realtà non si vede ma noi sappiamo che c’era già.

IMG_2195E arriviamo così al 18. Come detto, la mattina ci svegliamo presto per andare dal medico di base di Carla. Lei pensava di farsi fare una lastra ma le viene in mente che “radiazioni” e “gravidanza” non vanno molto d’accordo. Così per sicurezza decide di fare un test. Tutto questo avviene nella sua testa: io a parte sapere che mi dovevo alzare presto per portarla dal dottore, ero all’oscuro di tutto. Del fatto che le lastre siano sconsigliate/proibite in gravidanza, che lei fosse in ritardo e persino che stava facendo il test. Io ero comodamente seduto a letto intento a leggere Reddit o qualche fumetto sull’iPad. A un certo punto lei esce dal bagno, mi fissa con una faccia completamente spiritata e mi dice: “Mattia, forse sono incinta!”. Io giro la testa, la guardo, la vedo agitata e le rispondo semplicemente “Bene”. Poi notando la sua espressione sempre più perplessa, aggiungo solo un “Stai calma. Non è che sia capitato per caso o per errore, eh!”
Ci tengo a precisare che c’è tutto un mondo di cose nostre dietro il perché di questa risposta, ma non le spiegherò qui perché c’è un limite al raccontare i cavoli miei (in realtà io li direi ma poi Carla mi ammazza ;)) e quindi prendetela come un mio modo per calmarla.
Da qui in avanti la storia prende una piega abbastanza ovvia: medico di base che non le prescrive una radiografia ma un esame del sangue, che il giorno dopo ci avrebbe dato la conferma. E da lì in poi tutto quello che è successo, nel bene e nel male. E ne sono successe tante di cose in questi 365 giorni appena finiti. Di sicuro l’anno più lungo della mia vita, uno che ricorderò per sempre.

Così eccomi qui, a festeggiare una ricorrenza oggettivamente stupida, ma che a me è rimasta dentro. E a descrivere cosa è successo veramente in quei giorni, perché la vita è davvero imprevedibile e voglio che Paolo un giorno possa leggersela con calma come e quanto vorrà. Spero anche di potergliela raccontare io, ma appunto, la vita è imprevedibile e quest’anno mi ha insegnato anche questo. Quindi nel dubbio la scrivo qui, sperando che WordPress non fallisca nel giro di cinque anni o cada vittima di qualche worm. 🙂