Il paradosso della guerra alla privacy

privacyEurogamer mi ha chiesto di scrivere una veloce analisi della situazione attuale del caso Apple vs. FBI, l’attuale guerra tra la casa di Cupertino e l’agenzia del governo che vuole aiuto per ottenere i dati criptati sull’iPhone di un terrorista.

Questo non vuole essere un articolo completo e approfondito, non è certo Eurogamer il posto adatto per affrontare in profondità questi argomenti, ma se ne sapete zero e volete una spiegazione di cosa sta succedendo che sia veloce e chiara, questo è (spero) un ottimo punto di partenza.

Per leggerlo, basta premere qui.

L’articolo è stato scritto venerdì e come tale non è aggiornatissimo. Non c’è scritto, per esempio, che Trump dopo aver attaccato Apple, sabato ha invitato al boicottaggio di questa azienda antiamericana. Non c’è nemmeno scritto che all’FBI si è unito il dipartimento di stato americano, rafforzando così la posizione dell’accusa. Ogni giorno ci sono varie novità sull’argomento, ma per queste vi rimando ai siti dei quotidiani o, meglio ancora, a quelli specializzati sulla tecnologia.

Una soluzione per Apple

Apple WatchLa settimana scorsa quasi tutti i siti che si occupano di tecnologia hanno riportato una notizia piuttosto strana: la nuova dirigente che si occupa del settore retail di Apple ha dichiarato di voler far sparire le lunghe code fuori dai loro negozi che si formano ogni volta che viene lanciato un nuovo prodotto. Un esempio a caso della news lo trovate qui, ma ce ne sono davvero infiniti. La cosa apparentemente può sembrare strana, chi non vorrebbe una così palese manifestazione di forza del brand e di legame con il cliente, eppure dietro c’è più di un motivo serio.

Da un lato Apple negli ultimi anni si è scontrata con file fatte da senza tetto e/o immigrati clandestini, spesso cinesi, che comprano gli iPhone di turno per poi girarli a chi li ha mandati lì dando loro i soldi per comprare l’oggetto e la promessa di un piccolo pagamento (il gadget sarà poi rivenduto maggiorato su ebay o, più spesso, spedito in altri paesi dove costerebbe molto di più o dove uscirà parecchi giorni dopo). Gente che fa così code di tre giorni sui marciapiedi, negli USA principalmente ma non solo, e che è anni luce dalla vecchia coda di persone realmente appassionate che rendevano la cosa una specie di festa nerd.

L’altro lato della questione è che con il suo nuovo Apple Watch, la casa di Cupertino sta cercando di darsi un’aria da produttore di beni di lusso, alla Gucci o Rolex, e questo si sposa male con file di accampati fuori dal negozio.

Se volete una mia opinione, per me hanno ragione per il primo punto, mentre la seconda è un po’ una cavolata perché l’essere di lusso o di tendenza non si definisce in base a queste cose. Ma questi sono pareri personali.

Ad ogni modo la lotta alle code è una realtà, come lo faranno ancora non si sa. Per ora è trapelato solo un’intenzione a far sapere al cliente che i prodotti sono tutti disponibili nel loro store online e di andare là a fare l’acquisto.

Ce l’ho io un metodo per risolvere alla radice il problema delle code: lanciare i prodotti prima nello store online e solo dopo, tipo una settimana o anche solo tre giorni, lanciarli nei negozi. Così facendo avranno due risultati positivi:

1. il grosso degli appassionati, quelli che vogliono davvero l’oggetto di turno e che fanno la coda solo perché costretti, lo compreranno da casa, comodamente seduti sul divano, e saranno anche certi di essere tra i primi a riceverlo (altro aspetto importante per questo tipo di acquirenti). Le code si dimezzeranno e anche le orde di cinesi/senzatetto si ridurranno notevolmente perché pure gli esportatori illegali compreranno online
2. potranno fare due lanci. Quindi due eventi per far parlare del nuovo iPhone o altro: giorno x – oggi è disponibile solo online il nuovo iPhone.
giorno X+7 – da oggi il nuovo iPhone è disponibile anche nei negozi.

Controindicazioni? Io ne vedo solo una: il canale retail non Apple (quindi i negozi come Mediaworld o partner vari) con questo metodo avrebbero il nuovo prodotto solo sette giorni dopo. Ma, in realtà, non è nemmeno detto: Apple vuole far sparire le code dal suo negozio, quindi può benissimo dare agli altri il nuovo aggeggio il giorno X. Del resto a lei che frega se fuori dal Best Buy di turno ci sono 2000 persone? I suoi store rimarranno comunque lindi e ordinati, come pare vogliano che sia. Oppure può sbattersene di loro e dire il classico “o così o nulla”, e dare il prodotto sette giorni dopo. Ormai Apple ha un tale potere contrattuale che praticamente nessuno le direbbe “nulla”.

 

Da iPhone ad Android – Parte 2: le app

La prima cosa che la gente ti dice per sconsigliare il passaggio da iPhone ad Android è: “Io lo farei anche ma non ci sono tutte le app che uso”. Avendolo sentito così tante volte, alla fine mi ero convinto non che fosse vero, sapevo che non era così, ma che in parte ci fosse qualcosa di giusto. Cioè so da tempo che per quanto riguarda il mondo smartphone (i tablet sono un discorso diverso) l’ecosistema di app di iOS e Android sono praticamente equivalenti. Però pensavo che sì, quella app poco nota non l’avrei trovata, e nemmeno quella del servizio legato a una grande azienda ma non così importante da meritare il tempo dello sviluppo su due piattaforme diverse.

All’atto pratico, però, la situazione è decisamente migliore di quanto immaginassi. Tra tutte le app che io regolarmente uso, non ce n’è una sola che non ho trovato su Android. Tralasciando le cose ovvie che si sapeva benissimo esserci -da Facebook a Twitter, passando per Instagram, Whatsapp, Dropbox e compagnia bella- io ho ritrovato tutto quanto e con una grafica praticamente identica. Così ho trovato e installato le app per gestire il WD TV, quelle per controllare la TV Panasonic (che, però, misteriosamente non vanno più. Nemmeno su iPhone dove prima funzionavano. Probabilmente la colpa è del passaggio alla fibra a casa che ha portato una incompatibilità con l’attuale modem), persino quella per controllare i condizionatori via wifi!

In alcuni casi ho sostituito la app che usavo su iOS con una che fa le stesse cose (esempio specifico: la app che gestisce/apre i database di keepass), in altri rari casi non ho trovato il corrispondete diretto e non ho cercato alternative (Halftone su tutto: non che lo usassi molto ma devo trovare qualcosa di simile al più presto).

Quindi questo non è un problema. Non dico che sia così per tutti e sicuramente in alcuni casi le app escono prima su iOS e solo dopo arrivano su Android, ma si tratta di eventi rari e, nella stragrande maggioranza dei casi, legati a app di piccoli sviluppatori.

Di smartphone e Apple (parte 2 di 3)

soldi e smartphoneSe avete letto il pezzo di ieri, saprete che secondo me non è sbagliato spendere svariate centinaia di euro per comprarsi uno smartphone di fascia alta. Soprattutto se siete persone che lo usano spesso, a lungo e per varie cose.

C’è però un dubbio che da qualche tempo mi gira per la testa e a cui non riesco a dare una risposta: ha ancora senso comprarsi un iPhone?

Gli smartphone della Apple sono belli, solidi e hanno un sistema operativo che ha molti aspetti positivi. Sono i primi a ricevere la maggior parte delle app, hanno una macchina fotografica, per lente e soprattutto software, che è lo stato dell’arte, e un hardware stiloso e di qualità. Ma hanno anche molti lati negativi, su tutto ovviamente la scarsa personalizzazione che ti viene concessa e il fatto che per alcune cose o hai un Mac o hai dei limiti (vedasi iMessage). E lo dico da attuale possessore di iPhone 4S ora, e 3GS prima.

Però nel 2014 ha davvero ancora senso spendere più di 700 euro, quando va bene, per uno smartphone che di fondo è potente quanto, se non meno, un corrispondete Android che costa almeno centocinquanta euro di meno?
Ha davvero senso pagare ad Apple più di 110 euro per un upgrade di 16 GB di memoria, upgrade che a loro costerà sì e no 20 euro?
Ha davvero senso pagare 732,78 euro (il prezzo minimo di un 5S), o anche 632,78 (per il 5C) per un telefono che ha 1 GB di RAM e che non si tiene in memoria nemmeno tre tab di Safari se solo apri Facebook? E che quindi ti costringe ad aspettare ogni volta che passi da una app a un’altra, perché deve ricaricarla?
Ha davvero senso pagare così tanto per un telefono senza possibilità di espansione con scheda di memoria esterna, e senza la possibilità di cambiare la batteria? Che, peraltro, fa pure schifo e non dura più di una giornata se appena appena lo usate seriamente?
Infine ha senso pagare quelle cifre assurde per uno schermo che non è nemmeno più lo stato dell’arte e che, soprattutto, è pure nettamente più piccolo di quello dei concorrenti?

Oggi siamo alla vigilia del lancio del nuovo iPhone 6, o iPhone Air come pare si chiamerà almeno uno dei nuovi modelli, e sappiamo moltissimo di cosa ci troveremo davanti. E, sinceramente, quello che ci è stato detto fin qui è tutto tranne che incoraggiante. Schermi finalmente più grandi, 4,7 e 5,5 pollici, anche se non si sa ancora con che definizione o con quanti punti per pollice. Finalmente l’NFC per acquisti sicuri via telefono di merci in negozi. Nuovo iOS con tante novità tra cui, pare, una funzione per usare con una mano sola anche il telefono più grande. Tutte cose belle, però c’è da dire che i telefoni con Android hanno schermi grandi spettacolari da anni, e lo stesso si può dire per l’NFC. Non avranno iOS ma Android L sembra altrettanto interessante. In più l’iPhone pare avrà ancora solo 1GB di RAM, mentre i top di gamma della concorrenza ne hanno 3. E molti hanno slot per le schede SD e batterie estraibili.

Come se tutto questo non bastasse, le voci arrivate dal mondo americano dicono che Apple abbia sondato il terreno per chiedere più soldi per i nuovi iPhone, visto che lo schermo più grande significa automaticamente prezzo più alto, evidentemente. Se oggi pago un 5S da 32GB la bellezza di 844 euro, un iPhone 6 da 5,5 pollici mi costerà sopra i 900 euro? Sopra i 950? Speriamo che il vecchio prezzo lo tengano per il 4,7 pollici, ma chissà…

Ma anche se restasse al prezzo di prima, ha senso spendere 844 euro per un iPhone quando con 500/600 ti puoi comprare un Samsung, un HTC, un LG o altro ancora che dal punto di vista hardware è quantomeno equivalente, se non proprio meglio? Davvero avere la nuova versione della app di Facebook o quella per fare i filmati di Instagram un mese prima vale una sovrattassa di 200/300 euro? Una scocca in metallo, elegante finché volete, può essere un motivo per pagare la famosa “tassa Apple”, cioè pagare più di quello che costerebbe realmente solo perché c’è una mela morsicata sopra?

In passato la differenza tra iOS e Android era notevole, sia dal punto di vista software che hardware, ma oggi come detto fin qui non è più così. Vediamo cosa ci diranno domani, ma per la prima volta in vita mia sono molto più propenso a salutare il mondo di Apple e abbracciare quello di Google. La cosa un po’ mi spaventa, ma di certo non quanto spendere 900 euro e trovarmi poi in mano qualcosa che la concorrenza mi avrebbe fatto pagare 600, dandomi pure qualcosa di meglio (e tanta libertà in più).

Che futuro per gli smartphone?

È successo con l’iPhone 5S, anche se il sensore per le impronte digitali ha un po’ mitigato la delusione più o meno forte degli utenti. Il recente rilascio del Samsung Galaxy S V ha riportato di estrema attualità il problema: l’assenza di nuove funzioni, o caratteristiche, di qualità degli smartphone di fascia alta più famosi e apprezzati.

Quando nel giugno del 2007 è uscito il primo iPhone, la rivoluzione è stata totale: non esisteva nulla di simile per quanto riguarda sia l’hardware che il software. L’arrivo dell’app store è stato un altro terremoto per i consumatori che di punto in bianco si sono trovati in mano una specie di computer in cui poter installare programmi di ogni tipo.

Poi è toccato agli schermi retina e simili, quindi alcuni produttori hanno cominciato ad aumentare le dimensioni del display.

Ma raggiunto questo punto, fatta salva la solita e inevitabile evoluzione di processori e chip grafici, qui è sostanzialmente finita la fase di sviluppo rapido e incontrollato del mondo smartphone, soprattutto dal lato hardware, e si è passati al momento attuale, la definizione del prodotto: tutti, Apple e Samsung compresi, si limitano a limare dettagli come il design o l’aspetto delle app, magari aggiungono una o due funzioni più o meno utili (Siri, riconoscimento di quanto succede davanti allo schermo, sensore per le impronte digitali e cose simili) ma ormai da tempo manca quella scintilla che ci faccia gridare al miracolo, che lasci tutti senza fiato e porti a desiderare veramente il nuovo telefono appena annunciato.

La cosa è comprensibile: come detto, è finita la fase di crescita esponenziale della tecnologia e non ci sono più così tante cose da poter inventare o aggiungere. Il prodotto smartphone è maturo. Non è un caso che il focus dei grandi produttori sia da tempo sempre più spostato verso il lato software, dove ancora qualcosa si può fare (per una conferma, provate a confrontare una qualsiasi presentazione di uno smartphone avvenuta anche solo tre anni fa con quelle del 2013 e 2014).

Ci aspetta quindi un futuro fatto di telefoni tutti uguali a quelli attuali, in cui l’unica differenza è data dal design e dal software? Allo stato attuale, parrebbe di sì. C’è sempre la possibilità che qualcuno tiri fuori il classico coniglio dal cilindro, ma la realtà è che ormai di funzioni davvero nuove se ne vedranno sempre meno. E questo vale sia dal punto di vista hardware ma anche software.

Faremo foto sempre più belle con effetti e filtri mai visti prima, riprenderemo video a 4K, forse giocheremo un po’ con gli iBeacon, avremo strumenti per comunicare sempre più semplici e veloci (e, magari, anche sicuri), ma saranno tutte evoluzioni di cose che esistono già nel telefono che è appoggiato sul nostro tavolo in questo momento o su cui state leggendo queste righe.

In attesa dei primi dispositivi curvi o realmente wearable, dovremo quindi abituarci a keynote e presentazioni in cui c’è meno sostanza dietro i fiumi di parole che ci vengono riversati addosso. Ma forse va bene così: gli smartphone attuali sono già dei veri gioielli tecnologici e c’è ben poco di cui lamentarsi. Durata della batteria a parte, ovviamente, ma questo sembra interessare solo gli utenti, non i produttori.

Il miglior consiglio che nessuno vi ha mai dato per risparmiare batteria del vostro iPhone

Mi piacciono molto i titoli lunghi. Li trovo simpatici e utili come due dita negli occhi o un calcio nelle palle. Magari insieme.

Eppure chi si occupa di siti basati su guide per vivere meglio, o che vi aiutano a usare al massimo il vostro hardware/software, tendono a non considerare valido un titolo con meno di 10 parole o 100 caratteri. Per cui ecco che io, in modalità satira da due soldi, imito uno dei titoli geniali che farebbe iSpazio, Lifehacker e compagnia bella (non linkati di proposito) e vi do il mio illuminante consiglio per risparmiare un po’ di preziosa batteria del vostro iPhone.

Premessa: do per scontato che abbiate installato iOS 7.x. Penso si potesse fare anche col 6, ma non ho voglia di andare a controllare se e dove si trovano le cose che sto per dire.

Aprite l’iPhone, andate su impostazioni e poi cellulare. Scrollate verso il basso e a un certo punto vi apparirà un lungo elenco di app preceduto dal titolo “UTILIZZA DATI CELLULARE PER:”.

Come dice il nome stesso, qui potete decidere quale app può accedere alla rete usando la rete 3G. Ovviamente all’app di Facebook, twitter o l’app store va lasciata questa opportunità, ma mettiamo caso che voi giochiate a 2048: perché consumare dati e, soprattutto, batteria per fargli scaricare i banner che si vedono sotto? Idem per app che gestiscono i contatti (occhio che la app ufficiale “contatti” usa i dati per la sincronizzazione con iCloud, quindi a quella potrebbe essere il caso di lasciare la possibilità di usare i dati), alcune app che modificano le immagini e valanghe di giochini vari a piacere. Per loro nessuna pietà e revoca del permesso immediata.

Ovviamente quando sarete di nuovo sotto wifi, queste app si connetteranno e aggiorneranno quello che avete fatto in assenza di rete, quindi non perderete nulla.

Unica controindicazione: quando lancerete la app, vi apparirà SEMPRE questa finestra:
norete3GPurtroppo non è possibile toglierla per sempre (un “Ok, e non chiedermelo più” è troppa libertà per l’utente, Apple non lo permetterebbe mai). Però sul lungo periodo, soprattutto se la vostra batteria comincia a fare schifo, è davvero un consiglio che può fare la differenza 🙂

Digital Divide

Penso che nessuno si sorprenderà se confesserò in questo blog di essere un filino drogato di tecnologia. Fin da piccolo sguazzo nel mondo dei computer e delle console, e ho spesso sperimentato (che troppe volte coincide con “comprato”) varie rivoluzioni tecnologiche ben prima che la massa le scoprisse.

Quello che però magari vi sorprenderebbe è scoprire che sono riuscito ad attaccare questa mia passione anche a Carla, la mia (quando vuole) dolce metà. Certo, siamo anni luce distanti per interesse e predisposizione, e soprattutto perché lei vive di luce riflessa (nel senso che sfrutta le cose che io le metto a disposizione, non se le compra mica. Datele della scema… ;)), ma quante ragazze conoscete che hanno uno smartphone da cinque anni, che sanno usare il NAS della rete domestica, e cose del genere?

Una delle controindicazioni di questa cosa, però, è il digital divide* che si è creato tra noi. Prendiamo per esempio le nostre serate sul divano di qualche anno fa. Seduti insieme guardavamo la tv concentrati sull’unico schermo della stanza. Vicini o lontani sul divano, a seconda del momento e della stagione, ma concentrati sul programma/film, commentando quello che stavamo vedendo. Magari io ogni tanto tiravo fuori il portatile e facevo due cose insieme (nella nostra coppia io sono quello in grado di fare del multitasking, lei zero), ma era un notebook lento, pesante, scomodo e con la batteria che durava tipo mezz’ora.

Oggi la situazione è molto diversa. Sul divano insieme a noi ci sono sempre almeno due iPhone e spesso anche un iPad. Inoltre abbiamo due portatili: uno gigantesco che chiamo “l’astronave” (sostituto de “il catorcio”) collegato alla presa elettrica; l’altro, il mio, che pesa tipo un chilo e ha una batteria che dura circa otto ore. Questo porta a una carenza di attenzione verso tutto: quello che c’è in tv, quello che c’è sul secondo (e a volte pure terzo) schermo, quello in carne e ossa che hai a lato. Parliamo di meno di cose nostre e di quello che stiamo vedendo, perché quello che stiamo vedendo è inframmentato da duecento cose diverse, da duecento stimoli più o meno interessanti. Questo comunque non vuol dire che NON parliamo più, solo lo facciamo in momenti diversi, e meno sul divano rispetto a una volta.

A questo punto una qualsiasi persona sana di mente si porrebbe la più ovvia delle domande: va bene così? Non sarebbe il caso di cambiare qualcosa?

Devo ammettere di essere diviso sulla questione.
Da un lato è indubbio che tornare al monoschermo non ci farebbe male, dall’altro però va anche detto che se usiamo due schermi a testa un motivo c’è. Ci sono persone da sentire via messaggi, email o social network. Ci sono siti da visitare per cose che ci riguardano, per notizie quotidiane o anche solo per divertirci. Ci sono validi motivi, insomma, per dedicare la propria attenzione a più cose, soprattutto se la televisione trasmette qualcosa che interessa solo fino a un certo punto.
Dall’altro, però, sento che questo mondo digitale ci ha realmente un po’ separato, e questo non è un bene. E’ un digital divide leggero, ci vuole poco a rimuoverlo, ma ci vuole tanto ad avere la volontà di farlo.

Sono combattuto, ma il fatto che mi stia ponendo il problema è di per sé già una risposta alla domanda di qui sopra. Intanto chiedo a voi: il digital divide è roba che riguarda solo noi o ha colpito anche a casa vostra (con genitori, compagni, mogli, figli o altro)?

* sì, lo so che il digital divide è tutt’altro e che non c’entra nulla con quanto scrivo qua. Il bello della cosa è proprio in questo uso sbagliato di un’espressione il cui significato letterale qui sarebbe corretto 🙂