IL maglione

Io sono un abitudinario ma mia mamma lo era infinitamente di più. Per farvi un esempio, lei andava a comprare le scarpe sempre e solo in un negozio a Maragnole, un paesino a circa 25 km da Vicenza. Non ho mai capito bene il perché, anche se sono convinto che parte del motivo per cui lo faceva era per andare a fare un giro in auto con mio papà, che ama guidare e quindi la accompagnava molto volentieri. I maglioni, o più in generale i vestiti invernali, si compravano invece solo da Anna Boutique, un negozio che era prima a Gallio e poi ad Asiago (zona di montagna sopra Vicenza dove abbiamo da sempre una casa). Nel corso degli anni era diventata amica della proprietaria e quindi l’andare a trovarla era anche una piacevole tradizione e un modo per scambiare quattro parole con lei.

Maglioni che, ovviamente, erano spessissimo delle solite due o tre marche. Tra cui spiccava la Les Copains, probabilmente la sua preferita. Come li comprava per sé, altrettanto lo faceva per me e mia sorella, e poco importava se a noi piacevano o no. Non vi dico quante volte mi sono rifiutato di usare l’ennesimo capo da lei preso. Magari era anche molto bello ma praticamente sempre lontano anni luce dal mio stile: per uno svaccato come me, i prodotti della Les Copains erano fin troppo eleganti.

Ma tra tutte le cose comprate in quel negozio, e vi assicuro che sono state tantissime, nulla ha una storia anche solo paragonabile a IL maglione.

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Non so dire quando l’ha comprato, ma ricordo che nei primi tempi provai anche a indossarlo durante delle uscite con gli amici. Ben presto, però, rinunciai perché proprio non mi ci vedevo a uscire con lui addosso. Con grande dispiacere di mia mamma, che ogni tanto mi ripeteva che potevo usarlo visto che era bello e caldo.

Gli anni passavano e IL maglione riappariva nel mio armadio ad ogni cambio di stagione invernale. Io non lo usavo mai quando uscivo ma imparai ben presto ad affidarmi a lui durante i freddi giorni invernali passati a casa a studiare, prima, e lavorare, poi. Mia mamma alla fine si arrese e capì che non era il caso di insistere, ma almeno fu contenta di vedermelo usare tra le mura domestiche.

Passarono altri anni, parecchi, e IL maglione divenne di nuovo argomento di discussione tra noi due. Quello che una volta era stato un maglione nuovo e scintillante, ora era diventato un vecchio e logorato indumento invernale. Continuava però a tenere un caldo pazzesco e a essere leggero, mentre la morbidezza era ormai un lontano ricordo. Inoltre a furia di studiare e lavorare su una scrivania, sui gomiti la lana stava cominciando a cedere e si vedevano i primi buchi, seppur piccoli. Più in generale, tutta la lana cominciava a mostrare l’usura, indebolita anche dai tanti lavaggi. Quindi iniziò la seconda, grande contesa attorno a IL maglione, una destinata a essere  infinitamente più lunga e feroce della precedente: mia mamma voleva che io lo buttassi via mentre io lo difendevo con i denti perché era comodo, caldo e ormai mi ero abituato a usarlo (l’ho detto all’inizio che lei non era l’unica abitudinaria, no? :D).

Non avete idea di quanto spesso questo nostro teatrino si ripetesse durante le stagioni invernali, ma io ho sempre tenuto duro e alla fine lei si è sempre arresa, arrivando anche a mettere delle toppe in entrambe le maniche all’altezza dei gomiti (argomento molto combattuto pure questo perché non amo le toppe, ma all’epoca capii che se non avessi detto sì, me l’avrebbe davvero buttato via alla prima occasione :D).

Ennesimo salto in avanti e arriviamo al 2006, cioè l’anno in cui io esco di casa per andare a convivere con Carla. Al momento di preparare le scatole con i maglioni, mia mamma ci prova ancora una volta ma non ce la fa, io sono inamovibile, e così IL maglione entra con me nella nuova casa. Dove viene usato più che mai, con somma gioia della madre che lo vede indosso al figlio quando va a trovarlo. ;P

Arriviamo così al 2017. IL maglione esiste ancora e io lo uso spessissimo. È qui con me ora, ce l’ho indosso mentre scrivo questo post. È più malridotto che mai: la lana è infeltrita, le toppe sui gomiti stanno per cadere perché buona parte della lana a cui erano state cucite non c’è più, ha una macchia rossa davanti che non so come sia stata fatta ma non va via, c’è un buco sempre sul davanti la cui origine è altrettanto misteriosa, e altre magagne varie. Ma resta caldissimo e leggero.

Ma, soprattutto, è IL maglione che mi ha regalato mia mamma, che me la fa ricordare ogni volta che lo indosso, che mi fa ricordare tutte le nostre discussioni giocose su di lui.

Da lei prima amato e poi odiato, da me prima odiato e poi amato.

Non mi frega nulla se non è bello, se sembra sporco o se sembro un cretino quando ricevo un pacco del DHL con lui addosso. O, peggio ancora, quando arriva a trovarmi qualcuno e io non mi accorgo che lo sto indossando, con la ovvia conseguenza che non ho idea di cosa può pensare chi lo vede senza sapere la sua, o meglio nostra, storia (cioè tutti perché non ne ho mai parlato prima di oggi).

Non mi frega nulla e mai mi fregherà, perché per quanto sia stupido da pensare e ancora di più da dire, IL maglione è una delle cose che più mi lega alla mia mamma che non c’è più, e per questo io lo terrò fino a quando non cadrà letteralmente a pezzi. Ma anche quando questo succederà, troverò un altro modo per riutilizzarlo, usarlo o anche solo conservarlo. Di certo non lo butterò via, perché lui non è un maglione, è IL maglione.

La scoperta dell’acqua fredda

acqua gelidaQuando ero piccolino, mia mamma mi diceva sempre: “non bere l’acqua fredda presa dal frigo, ti verrà mal di pancia!”.

Me l’ha ripetuto talmente tante volte che io ancora oggi tendo a mettere sempre un po’ di acqua a temperatura da rubinetto dentro le bottiglie che tiro fuori dal frigo (noi a Vicenza beviamo l’acqua del rubinetto, quindi d’estate io metto questa in bottiglie di vetro e poi le piazzo in frigo). Non sempre, ma molto, molto spesso. E se per caso bevo al volo l’acqua a temperatura frigo, nell’istante in cui lo faccio la mia testa urla la raccomandazione di mia mamma e la pancia un po’ si contrae. Poi non sto male, mai, ma mi sembra quasi di averla scampata. Una cosa tipo “questa volta è andata bene, ma la prossima volta potrebbe non essere così! Quindi non farlo più!”.

Per me è sempre stato così, è sempre stato vero. Fino a ieri. Ieri è cambiato qualcosa.

Ieri, all’età di 41 anni, ho pensato per la prima volta a questa cosa, e mi è venuto un dubbio: ma perché se io bevo l’acqua da frigo questa mi dovrebbe far male mentre se mangio un gelato, che è parecchio più freddo e sostanzialmente liquido pure lui, non mi succede nulla?

C’è una puntata di How I met your mother in cui viene detto che ci sono cose sotto gli occhi di tutti che però noi non notiamo mai fino al momento in cui le vediamo per la prima volta e da quel momento in poi non solo non possiamo più non notarle, ma ci viene in mente anche tutte le volte che le avevamo viste ma inconsciamente non considerate. A parte essere un passaggio geniale e girato benissimo, era ed è una cosa verissima.

Per me è successa la stessa cosa qui, con il discorso dell’acqua gelida. Ho realizzato come la raccomandazione di mia mamma fosse senza senso. Di più: mi pare, ma non posso garantirlo, che la cosa valesse solo per l’acqua. Se prendevo una lattina di Coca Cola, non mi diceva niente. Ripensandoci poteva essere un modo per farmi bere più piano: da sempre io mi attacco alla bottiglia e bevo un casino, quindi magari cercava in questo modo di farmi andare più piano.

D’altra parte, però, io potrei giurare di avere avuto crampi alla pancia più di una volta dopo aver bevuto acqua gelida. Crampi molto dolorosi. Quindi dove sta la verità?

Come prima cosa ho chiesto a Carla, che da vero dottore E americana, mi ha detto con fare scherzoso che potrebbe benissimo essere una di quelle cose tipiche degli italiani che però non hanno risconto altrove. Tipo la cervicale o fare il bagno dopo mangiato, per citare due casi famosi.

Soddisfatto ma solo in parte, ho cercato in rete. Dove non si trova una vera risposta ma parecchie persone parlano di aver avuto una congestione dolorosa dopo aver bevuto qualcosa di gelido. Principalmente si parla qualcuno che era accaldato, tipo al mare o dopo aver fatto sport, ma non solo. In molti, poi, dicono che fa male bere acqua gelida durante e subito dopo i pasti. Per esempio, guardate qui.

Quindi sono spiazzato. Ero convinto di aver capito qualcosa e invece mi ritrovo al punto di partenza, con una certezza inculcatami da mia mamma e un dubbio che non trova risposte abbastanza forti per poter scalfire la granitica verità impressa nel mio cervello fin da bambino.

Nel dubbio mi sa che io l’acqua gelida continuerò a riscaldarla con quella presa dal rubinetto, o a berla ma tra mille sensi di colpa e/o paure! 😀

PS: sono estremamente orgoglione del titolo di questo post. Ci tenevo a dirlo 😀

La mia prima volta

Dopo Natale, Capodanno, tutti e quattro i cambi di stagione, e molte altre ricorrenze annuali, oggi è la prima volta che arriva il compleanno di mia mamma da quando lei non c’è più.

Per me è sempre stato facile ricordarmi il giorno: è esattamente una settimana dopo il mio. Il che è sempre stata una cosa buffa di suo, a cui poi si aggiunge che compiva gli anni nel giorno del fantomatico pesce d’aprile. Non so perché, ma la cosa mi ha sempre divertito parecchio.

Ecco, oggi non la trovo molto divertente. Anzi, se devo essere sincero mi ha completamente stravolto il modo in cui mi approccio al mio di compleanno. Non sono mai stato uno che ci tiene/teneva a festeggiarlo, persino quelli importanti li ho sempre vissuti come giorni normali. Non perché mi dia fastidio invecchiare, semplicemente perché non ho mai avuto voglia di organizzare qualcosa. Quest’anno, invece, ho da subito fatto il collegamento compleanno mio-compleanno mamma, e ho letteralmente odiato tutta la fase di avvicinamento al 25 marzo. Mai, però, come ho odiato la settimana successiva, i sette giorni che li separavano. Sono stati letteralmente un calvario, e il fatto di viverli con l’influenza alla fine si è rivelato più un aspetto positivo che uno negativo: non sarei comunque riuscito a fare molto di lavoro visto quanto la testa era altrove, almeno così ho avuto un vero motivo per non fare nulla.

C’erano mille cose che avevo pensato di scrivere qui, ma poi alla fine ho deciso di lasciare perdere perché non ha senso che stia ad ammorbarvi con le cose tristi che riempiono la mia testa. Meglio lasciare perdere e guardare al futuro.

Ora mi manca solo la Pasqua, roba di cui frega sinceramente poco, e soprattutto il primo anniversario della morte. Per quest’ultimo mancano circa 45 giorni, non oso immaginare come starò da inizio maggio fino al 17…

Le tre cose che ho imparato dalla morte di mia mamma

Un mese fa moriva mia mamma. Un evento che mi ha distrutto la vita e cambiato radicalmente in modi che penso comprenderò appieno solo nei prossimi mesi. Ci sono infinite cose che ho scoperto, sia dal punto di vista personale che di regole legate alla burocrazia, ma mi sento di condividerne solo tre via blog (anche perché sono già lungo così). Prima di iniziare, però, una premessa e una richiesta.

1. Ognuno di noi ha un rapporto più o meno particolare con i genitori. Io non ero mammone, ma avevo un ottimo rapporto con mia madre. Come tutti litigavamo, ma erano cose da poco perché alla fine ci amavamo da buoni madre e figlio. So benissimo che ero fortunato e che non è così per tutti, per questo lo premetto. Nel leggere le prossime righe tenete quindi conto di come stavano le cose tra noi.

2. Non sono l’unico ad aver capito/scoperto quanto seguirà, penso che molti di quelli che ci sono passati siano arrivati alle stesse conclusioni. Io scrivo questo post per chi ha la fortuna di non aver ancora provato sulla sua pelle un simile lutto e quindi ha il tempo di fare e cambiare, di sistemare e prevenire. Per questo stesso motivo, vi chiedo di condividere il post. Non mi interessa se linkate direttamente il blog o se fate un copia e incolla del testo e lo spedite via mail senza riferimenti. A me interessa la condivisione del messaggio, niente più.

LE TRE COSE CHE HO IMPARATO DALLA MORTE DI MIA MAMMA

1. Se per caso il tuo genitore starà male e sarà ricoverato o finirà in una situazione difficile (bloccato a letto e cose simili), impara ad apprezzare anche questi momenti. Impara a trovare la forza di non vedere come un fastidio andare ogni giorno in ospedale a visitarlo e a dargli da mangiare. O ad aiutarlo a cambiarsi. O ad andare in bagno. Impara a fare tutto questo perché quando poi non ci sarà più, daresti un braccio per poterlo fare ancora anche solo per un singolo giorno. Questa è stata una lezione importantissima che mi diede un amico anni fa e che ho seguito per il mese e mezzo che mia mamma è stata ricoverata in ospedale. È stata una delle cose più intelligenti che mi sia mai stata detta perché oggi, dopo averla messa in pratica, posso dire che è assolutamente vera e che sarò per sempre riconoscente all’amico che mi ha fatto capire l’importanza di esserci anche negli ultimi momenti, per quanto brutti questi siano. Non solo per lei, ma anche per me.

2. Questo è difficile, soprattutto per i maschi: dì loro che gli vuoi bene, che per te sono importanti, che sono stati dei buoni genitori. Non una volta ogni lustro, dillo spesso. Quando dopo essere andato a trovarli li saluti, digli “vi voglio bene”. È dura all’inizio, c’è imbarazzo per chi lo dice e chi lo sente, ma ti assicuro che quando non ci saranno più, starai infinitamente meglio se avrai la certezza che loro sapevano quanto gli volevi bene. (E anche a loro farà piacere sentirselo dire, ovviamente. Il che non fa mai male)

3. Abbiamo infinite foto dei nostri parenti, ma ricordati una cosa: una volta morti, non sentirai mai più la loro voce. MAI PIÙ! Quindi prendi il tuo smartphone che fa filmati in alta definizione e che hai sempre in tasca, e invece che giocare a 2048 usalo per riprendere i tuoi genitori e registrarli mentre parlano. E poi archivia per bene i tuoi filmati (su disco fisso E su cloud vari E su DVD di backup) perché saranno un tesoro prezioso che prima o poi vorrai riguardare. Io non so ancora bene quando, il coraggio di aprirli oggi non ce l’ho, ma un giorno avrò voglia di sentire ancora mia mamma raccontare la storia della mia nascita e per fortuna ho un video che l’ha documentato. Non ci avessi pensato anni fa, oggi sarei fregato.

Tutto qui, tre cose più o meno semplici (la prima può non esserlo a dire il vero) ma che faranno la differenza quando vi troverete a dover gestire la morte di vostra mamma o vostro papà, o nei giorni successivi. Ribadisco che non sono regole assolute che valgono per tutti, dipende moltissimo da che rapporto avete con i vostri genitori, ma ricordatevi anche che, se anche avete un rapporto difficile con mamma e/o papà, quando si parla di queste cose si ha a che fare con il vero “mai più”, quello assoluto. Cioè a volte ci si arrocca in determinate stupide posizioni perché si sa che si potrà rimediare più avanti. O si rimanda una visita o una chiamata perché “lo farò domani”. Beh, la verità è che verrà un giorno in cui non potrete più dire una parola di scuse o recuperare una visita mancata. E questo vi farà vedere le cose fatte in una luce molto diversa.
Certo, non ha senso vivere pensando al momento della loro morte e sarebbe logorante, lo so, ma accettate un consiglio, anzi tre, da uno che ci è appena passato e che sa come ci si sente poi. Una sensazione che vi auguro sperimenterete il più tardi possibile.