Del perché non guardo i quiz televisivi

Reazione a catenaNon guardo mai i quiz in televisione perché non mi interessano ma anche perché hanno di fondo la stessa regola del casinò: sono pensati, strutturati e organizzati per far perdere chi gioca. E questo mi dà fastidio perché troppo spesso la cosa è smaccatamente ovvia.

Durante una breve vacanza fatta con mio padre, ne ho avuto la conferma. Lui è un assiduo fruitore di quiz e così ne ho visto una puntata anche io. La (s)fortunata scelta è caduta su Reazione a catena, trasmesso nel preserale di Rai Uno. Qui si hanno delle squadre di concorrenti che si sfidano per tutta la puntata fino a uno scontro decisivo dove chi vince va alla fase finale in cui ci si gioca davvero i soldi.

E già qui ho molto da ridire.

Avete presente quando giocando a calcio con gli amici, col risultato tipo 6 a 0 per voi, vi rendete conto che è ora di andare a casa / sta per scadere il tempo, e dovete lasciare il campo ad altri? Ecco, qui c’è sempre il simpaticone che dice “chi segna il prossimo vince” con conseguente ovvia serie di insulti da parte di tutti quelli che sono nella squadra in netto vantaggio. Insulti meritati, naturalmente, perché se per 59 minuti le hai prese, non ha senso pensare di poter vincere perché magari ti entra un tiro fortunato.

Ecco, nella trasmissione condotta da Amadeus è così: tu puoi avere dominato gli altri per tutto il tempo ma puoi perdere se fallisci il gioco finale. Non ha senso.

Poi arriva questo ultimo evento, penso si chiami la ghigliottina o roba del genere. I concorrenti hanno due parole e devono indovinare quella che le lega. E fin qui ci può stare, anche se a volte ci sono delle associazioni davvero tirate per i capelli. Qui lo scopo è di massacrare il montepremi che i tre sfortunati partecipanti possono eventualmente portare a casa: ogni errore dimezza (!) i soldi in palio.

Però il massimo si raggiunge nell’ultimissima sfida, dove se indovinano vincono il malloppo: nella puntata vista da me, hanno affrontato l’inizio della ghigliottina con quindicimila euro -pochi, ma erano il team che aveva sistematicamente perso qualsiasi gioco salvo trionfare nell’ultima sfida- e per colpa degli errori fatti, sono arrivati a giocarsi l’esorbitante cifra di 358 euro!

A questo punto si sono trovati davanti questa situazione

Affari
C     O
?

Che parola lega “affari” a “?”, cioè una qualsiasi parola che si ignora? Lo spazio tra la C e la O è casuale, e la O può essere l’ultima lettera come no. Se si vuole sapere la seconda parola, quella nascosta dal punto di domanda, si può comprarla sacrificando metà del proprio montepremi. Provate a pensarci un attimo, poi continuate a leggere.

I concorrenti non chiedono l’aiuto e sparano “complicato”. Io avrei detto “contratto”.

Amadeus a questo punto si appresta a darci la risposta. Primo passo, svelare cosa si nascondeva sotto il ?. Si ottiene quindi:

Affari
C     O
Uno

Ok, non era né la mia risposta né la loro. Ma quello che mi fa cadere davvero le braccia è la soluzione. Sapete cos’era?

COSO

Cioè questi hanno scritto come parola che lega “affari” e “uno” la parola COSO. Non “caso”, che per quanto idiota al limite ci poteva stare. No, proprio COSO. Amadeus cerca anche di spiegare la scelta idiota degli autori, ma a quel punto la mia attenzione per la questione è precipitata a zero e mi sono già messo a pensare ad altro (cioè questo post per il blog) mentre mi riprometto di passare le seguenti serate con mio padre a giocare con l’iPad o leggere un libro/fumetto mentre lui guarda queste porcate.

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La ripetitività dei reality show -3

Terzo e, per ora, ultimo appuntamento.

Fratelli in affari

Fratelli-in-affariConosciamo oggi Terenzio e Genoveffa, una coppia sposata che vive in una casa di 400 metri quadri ma che a breve avrà il suo primo figlio, e quindi deve per forza trasferirsi perché nella precedente non ci staranno ovviamente più.

Loro vogliono comprare una casa con ampio giardino, in un bel quartiere. Non meno di 1000 metri quadri coperti, al di sotto non c’è proprio spazio per crescere un bambino. Il tutto a 400 dollari. Ma eccezionalmente per stavolta hanno un budget aggiuntivo di 500.000 dollari. Entrano in scena i fratelli: uno vende case, l’altro le ristruttura. Non ci vuole Einstein a capire come la cosa finirà, ma facciamo finta di nulla e seguiamo la narrazione voluta dalla produzione.

I fratelli portano la coppietta a vedere una casa fantastica, è tutto quello che Terenzio sogna e Genoveffa brama. Anzi, è anche molto di più. Ne sono entusiasti. La vogliono, sono pronti a comprarla subito. I due fratelli a questo punto si guardano con fare furbo e scatta la sorpresona: quella casa costa 12 trilioni di dollari, è fuori dal loro budget. Se la potrebbe permettere giusto Bill Gates. Però tranquilli, abbiamo qui una catapecchia di merda che sta in piedi a stento, ha i mobili scartati da una famiglia di yuppies nel 68, in quanto già allora ritenuti troppo vecchi, ma che il secondo fratello può ristrutturare. E il costo totale tra acquisto e rinnovamento è, ma guarda te, 500.000 dollari.

Ora fermiamoci un attimo: quanto raccontato qui non sarebbe nemmeno male se non fosse che OGNI FOTTUTO EPISODIO SI APRE COSI’! Dalla terza volta che ne vedi uno, non ne puoi più di questa pantomima.

Così come non ne puoi più di quanto segue, con i lavori che vanno avanti tra i soliti imprevisti (muro in più da abbattere/costruire, impianto elettrico inaspettatamente da rifare, eccetera) e i nuovi acquirenti che cambiano continuamente idea e rischiano di far ritardare la consegna e uscire da budget previsto. Con il fratello ristrutturatore che si lamenta della cosa parlando alla telecamera: “non me l’aspettavo”, “così non si può andare avanti” eccetera. Fai questo lavoro da anni, ogni puntata hai questi identici problemi e te ne lamenti ancora? Ma, soprattutto, qualcuno pretende davvero che io creda che lui non se li aspettasse?

Ma alla fine tutto bene, i fratelli consegnano una casa non solo finita, ma anche perfettamente arredata con tanto di mobili, tende, tappeti, quadri, eccetera. Di più: è pure piena di tutti i complementi necessari come vasi, pentole, vestiti negli armadi, spazzolini da denti nei bagni, e via così. C’è persino la carta igenica triplo velo! Tutti sorridono, Genoveffa piange, abbracci e tanta felicità. Lei annuncia che è incinta (probabilmente di uno dei fratelli, ma questo non lo sapremo mai).

Stacco sull’esterno: i due fratelli si fanno i complimenti e si punzecchiano, dicono quanto sia stata dura questa volta ma che ce l’hanno fatta, e quindi via ai titoli di coda.

Tutto esattamente come nella puntata precedente, tutto come nella prossima. Eppure c’è gente che ancora guarda questa serie…

(nello stacco finale, quando si vedono i due fratelli all’esterno che parlano, in lontananza si scorge un cartello che dice: “casa signorile, perfettamente arredata e con finiture di pregio. Non necessita ristrutturazione. Pensata per giovani coppie che vogliono avere un figlio a breve. 1000 metri quadri più ampio giardino. Costo 400 dollari”. Ma nessuno l’ha detto ai fratelli e, soprattutto, a Terenzio e Genoveffa!)

La ripetitività dei reality show -2

Secondo appuntamento con l’analisi delle meccaniche ripetute allo stremo dei cosiddetti reality americani a basso costo. Oggi tocca a quella che forse è la serie più famosa…

Affari di famiglia

Affari di famigliaStorie ambientate in un banco dei pegni di Las Vegas. Protagonisti una famiglia composta dal nonno, figlio e nipote, con il primo e il terzo che sono stati brillantemente ribattezzati dal padre, il vero protagonista, in “il vecchio” e “lo smilzo” (quest’ultimo è quello a destra nella foto, capito la battutona?). Quanta fantasia!

Tutti con i loro caratteri ben definiti e i ruoli precisi che devono fare: il nonno saggio ma brontolone; il figlio deve comprare gli oggetti più fighi e poi provarli in modo sganassone (tipo quando acquista le auto più assurde e ci gareggia nel deserto; o quando compra armi e va a sparare con queste); il nipote combina guai, spesso insieme al dipendente amico che è ancora più idiota. E ciccione.

Ogni giorno entrano persone con le cose più impossibili, come ad esempio il primo scalpo mai fatto da Toro Seduto, la ruota anteriore sinistra della F1 guidata da Senna nel gran premio di Montecarlo del 1990, un pezzo di stoffa dell’Hinderburg e roba del genere altrettanto credibile e probabile. A questo punto l’addetto al bancone si mette a snocciolare fatti storici importantissimi e noti solo al frequentatore dei forum più di nicchia della storia, roba che nessuno al mondo sa ma che lui espone come se fosse ovvio sapere che Senna nel 1990 aveva per la prima volta uno sponsor non di origine statunitense sulla spalla sinistra, e quanto questo rese speciale la corsa di quell’anno.

Se sono certi che la cosa che il visitatore vuole impegnare è vera, inizierà la contrattazione. Se invece c’è un dubbio, si chiama l’esperto che a sua volta dirà cose ancora più oscure e insignificanti, ma lo farà con un look pseudo hippie che dovrebbe dargli un alone da santone e quindi unico possessore della Verità Assoluta (quella con le maiuscole), e poi sparerà il valore. E solo allora parleranno di soldi per il passaggio di proprietà.

A questo punto inizia la fase che dovrebbe essere interessante, se così vogliamo dire: per comodità, facciamo finta che il valore stimato o richiesto sia 5.000 dollari. Si inizia quindi col venditore che chiede i suoi bei 5.000 dollaroni, e Rick risponde che quello è il prezzo di vendita, ma lui deve tenerlo in negozio, trovare un acquirente, eccetera. E gli offre un suo calzino bucato ma rammendato con cura dalla moglie. Il tizio a questo punto è spiazzato e, forte delle migliori abilità del negoziatore agguerrito, chiede 50 dollari (abbassando del 99% la sua richiesta iniziale: sagace!). Rick contro rilancia con anche l’altro calzino, questo senza buco, e ago e filo per rammendarlo casomai si dovesse rompere pure lui. Tizio ovviamente accetta (in alcuni rari casi rifiuta, ma è davvero difficile rinunciare a due calzini e ago e filo offerti in cambio dell’originale tesoro, a lungo ritenuto perduto, di Barbanera: uno scrigno di tipo 2000 monete d’oro purissimo che lui ha trovato in soffitta dal nonno può forse valere più di due calzini e ago e filo?).

La cosa si chiude con una ripresa fuori dal negozio in cui il tizio, che a inizio puntata avevamo visto entrare dichiarando alle telecamere che sperava di guadagnare 5.000 dollari, e che sotto i 2.000 non sarebbe mai andato, esce tutto contento con 50 dollari perché “almeno questi li ho subito”. Mentre la scena scorre sullo schermo, nelle case di tutto il mondo risuonano le grida incazzate di chi guarda e urla alla televisione “vendilo su ebay o su qualche forum, idiota mentecatto!”.

Perché c’è ancora gente che crede che quello sia davvero il copertone di Senna o il vero tesoro di Barbanera.

La ripetitività dei reality show -1

Da qualche anno le televisioni di tutto il mondo sono invase dai finti reality americani, cioè quegli assurdi show che mostrano cacciatori di trofei nei depositi abbandonati, chi consiglia case e le ristruttura, banchi dei pegni e chi più ne ha più ne metta. Qui è tutto finto perché se anche le persone sono vere e non attori (ma spesso non è così), tutto il resto è fortemente gestito e controllato dalla produzione.

Possono piacere oppure no, ma quello che a me stupisce è come la gente si fermi a guardare la stessa identica cosa, ripetuta in maniera assolutamente uguale, puntata dopo puntata. A cambiare sono solo le virgole, i dettagli minuscoli, ma la sostanza è sempre la stessa. Cominciamo oggi una veloce analisi di alcuni di questi reality e dei loro meccanismi triti e ritriti.

Airport Security

airport securityTrasmissione che mostra quanto difficile è entrare in Australia, stato dove ogni creatura vivente esistente è mortalmente velenosa o dotata di zanne capaci di tranciare lamiera come se fosse carta velina. Non so per quale motivo uno voglia andare in questa landa di pericoli, ma se decide di farlo deve prepararsi all’esame doganale, qualcosa che, stando a quanto si vede in tv, è a metà tra la tortura sadica e un percorso kafkiano.

Ma a parte questo, le storie sono tutte identiche e seguono tre strade:

  1. Qualcuno sta cercando di portare droga nel paese. Che sia nelle scarpe, nella valigia o nel suo stomaco, cambia poco. Inizialmente lui nega, poi mano a mano che lo passano ai raggi X, in alcuni casi letteralmente, alla fine cede. Chiusura con pacche sulle spalle tra i vari doganieri. Fuori dall’obiettivo delle telecamere: canne gratis per tutti anche stasera. Fottutti fattoni.
  2. Qualcuno sta cercando di portare cibo non autorizzato nel paese, un crimine punibile con la fucilazione immediata e lo sfregio del cadavere sul posto. In alternativa, dopo tipo venti minuti di urla e discorsi incomprensibili su strane erbe del Medio Oriente o su delle bacche del sud est asiatico, si conclude tutto con la confisca del bene e una multa dall’importo pressapoco pari a una confezione di pasta Barilla. Fuori dall’obiettivo delle telecamere: i doganieri organizzano un party per banchettare con le cose confiscate durante la giornata. Stronzi ciccioni e col diabete.
  3. Uno vuole entrare col visto turistico ma ha, casualmente, 200 fotocopie del suo curriculum in valigia (perché, evidentemente, in Australia le fotocopiatrici e/o le stampanti sono vietate per legge). Lo fermano, lui nega, chiamano il parente/amico che deve ospitarlo, questo non sa di chi si sta parlando o al massimo conferma la parentela/amicizia ma non sapeva che il tizio stesse arrivando. Grandi sguardi di soddisfazione dei doganieri ed espulsione immediata. Fuori dall’obiettivo delle telecamere: i responsabili festeggiano con gare di aeroplani di carta, fatti usando ovviamente i curriculum sequestrati. Bestemmiando tra loro contro i primi due tipi di doganieri: loro sì che si divertono davvero. Gli stronzi.

Ogni tanto c’è una leggera variazione del tema, ma in sintesi tutte le puntate sono composte da due o più storie che seguono questi canoni.
Va anche detto che qualche volta sballinano di brutto e Airport Security mostra operazioni navali contro pescherecci che nascondono immigrati (caso 3) o che hanno a bordo cibo non autorizzato (caso 2). Perché evidentemente se anche fai lo sforzo creativo di mostrarmi barche in una serie che ha nel nome la parola “airport”, non puoi andare troppo oltre e uscire dai tre canoni previsti dalla produzione.

Morale della favola: il divertimento sta tutto nei due minuti iniziali della puntata, quando cerchi di capire per cosa il tizio inquadrato finirà nei guai prima che la voce del narratore te lo spiattelli in faccia, ed eventualmente nei due minuti finali quando si vede come finiscono i vari casi. Cioè con l’arresto del corriere, la confisca del cibo e l’espulsione del finto turista.

Cavolo, vi ho appena rovinato tutta la serie!
Scusatemi!

Sprechi il tuo tempo e te ne lamenti pure?

Festival di Sanremo 2015La mia bacheca di facebook in queste ore è un continuo fiorire di messaggi di insulti a Sanremo. Si va dai soliti commenti che mi/ci ricordano quanto faccia schifo questa manifestazione, al sempre verde “è per queste cose che pago il canone?” (peraltro scritto almeno nel 50% dei casi da persone che il canone non lo pagano, vuoi per evasione, vuoi perché ad aprire il portafoglio è un altro in casa). Si continua con denigrazioni varie ai cantanti, insulti agli ospiti e al loro cachet(che tutti misteriosamente conoscono) e via così.

Al che io mi chiedo come mai nell’era di internet, di Youtube, dei videogiochi che puoi fare su qualsiasi dispositivo dal microonde in su, di miliardi di libri e fumetti e anime e serie tv e film, tutti a disposizione in qualsiasi istante… dicevo, con un’offerta così smisurata di contenuti di cui fruire, non avete niente di meglio da fare che guardare qualcosa che vi fa schifo e poi lamentarvene? Ma che cavolo di senso ha? Non era meglio leggersi un bel manga? Ascoltarsi un CD di musica che ci piace o passare la serata su Spootify a scoprire autori emergenti? O ancora sdraiarsi sul divano a guardare un episodio della propria serie preferita o un film in TV?

E, soprattutto, se volete farvi del male e decidete contro ogni forma di buon senso di guardare una cosa che sapete non vi piacerà, perché poi sentite anche il bisogno di lamentarvene a ripetizione? Ci tenete a far sapere al mondo la presenza dell’inspiegabile bipolarismo che alberga nel contenuto della vostra scatola cranica?

Dai, su: stasera fate altro. Andate al cinema, uscite con amici per chiacchierare in un pub, fate un ritrovo per parlare male di Renzi con quelli del M5S o per deridere quelli del M5S con gente di qualsiasi partito. C’è solo l’imbarazzo della scelta ma risparmiateci il vostro livore per la tortura che avete deciso di autoinfliggervi! Noi, a differenza vostra, non ce la meritiamo questa tortura! 😉