La Milano da bere

Esattamente sette giorni fa, io, Carla e Paolo eravamo a Milano per una questione burocratica che era rimasta in sospeso da fin troppo tempo.

Da abitante di una piccola città, il mio rapporto con le metropoli è sempre molto combattuto. Da un lato invidio la quantità di offerte di ogni genere che si possono lì trovare -spettacoli, mostre, negozi di ogni marca e tipo, tutti gli eventi per la stampa raggiungibili in mezz’ora e una manciata di fermate di metro, eccetera – dall’altro non sopporterei mai vivere in un luogo così pieno di gente dove ogni singolo marciapiede è sempre affollato da passanti e dove ogni strada sembra incapace di gestire il flusso di auto e mezzi a due ruote che costantemente si riversa su di lei. Il tutto sempre in maniera abbastanza poco ordinata, almeno al mio occhio di provinciale in gita.

Milano fa un po’ storia a sé nella mia testa, perché quello che vedo ogni volta che ci vado mi piace. Poi penso però che quello che mi conquista sempre è il centro, spesso pure la parte più importante e ricca, e con le strade con i più stringenti blocchi al traffico. Se invece guardo anche solo la periferia che si attraversa con il treno… diciamo che il discorso è un po’ diverso.

Però il viaggio della settimana scorsa mi ha portato a pensare anche ad altro.

Tutto nasce da una serie di scoperte fatte mentre passeggiavamo in direzione del Duomo. Per primo mi imbatto in un negozio che vende esclusivamente divise per cameriere e maggiordomi, una cosa per me pazzesca1 . Subito dopo mi imbatto in un monolitico palazzo che sfoggia le vetrine di Armani dolci (ragazzi esiste un Armani dolci! Ma lo sapevate?), che a sua volta viene poi sostituito da un Armani Hotel Milano (ragazzi esiste un Armani Hotel Milano! Lo sapevate?) – dove all’ingresso ci sono due portieri giovanissimi e vestiti con un completo interamente nero, camicia compresa, che dire estremamente elegante è sminuirlo.

A questo punto sento la soggezione della grande città, quella che poi mi sbatte in faccia con disinvoltura negozi di Prada e marchi simili in galleria, o anche un banale negozio Bialetti che da noi non durerebbe nemmeno due mesi, chiudendo poi nel (e a causa del) disinteresse totale dei vicentini.

Mi rendo conto ancora una volta del perché uno ami Milano e si senta speciale nell’abitarci. Una cosa che so ovviamente da tempo. Però questa volta faccio un passo in più e rifletto sulla questione. E arrivo alla conclusione che, di fondo, nella stragrande maggioranza dei casi, il sentirsi speciali anche per il nostro luogo di residenza è una immensa cavolata senza alcuna base logica.

Cioè, un milanese doc che fa il barista o il fruttivendolo, che non va a vedere nessuna delle mostre che gli invidio, che da Armani Dolci non ci ha mai messo piede (e magari nemmeno sa che esiste), ha motivo di sentirsi speciale in quanto milanese2? Ha motivo di sentirsi più speciale di un professore universitario di Bassano? O di un imprenditore di successo di Conegliano? O, semplificando, se il suddetto barista abitasse a Magenta, sarebbe una persona diversa e meno speciale, nonostante faccia lì esattamente le stesse cose che fa/farebbe a Milano?

Agli uomini da sempre piace identificarsi in una o più cose, perché ci dà forza sapere che c’è altra gente che tifa per la nostra stessa squadra, che crede nel nostro stesso dio o che, per ricollegarci al discorso fatto fin qui, abita e ama la nostra stessa città. Ma non ci rendiamo conto che se poi noi non la viviamo veramente ma ci limitiamo ad abitarci, a quel punto sentirci speciali perché si abita nel posto X invece che nel posto Y, non ha molto senso.

A dire il vero forse un senso non ce l’avrebbe nemmeno se la viviamo questa città, ma direi che ho già scritto abbastanza e su questo posso sorvolare. Non so se voi amate la vostra città oppure no, se vi identificate in essa e questo vi fa sentire speciali, ma se è così provate a viverla veramente, a farvi coinvolgere nella vita vera del luogo e dei suoi abitanti, non fermandovi solo all’aspetto più superficiale da cartolina (o di una pubblicità, come nel caso della Milano da bere ;)).

(Questo doveva essere un post semplice ma, mano a mano che lo scrivevo, mi sono reso conto che forse non riesco davvero a farvi capire quello che penso e volevo dire. Non voglio assolutamente criticare una città o i suoi abitanti ma solo l’atteggiamento superficiale che tutti noi abbiamo, chi più spesso chi meno. E invogliarvi a farvi fare qualcosa che giustifichi il sentirsi speciali in quanto residenti nella città X. Qualcosa di positivo per la città stessa e i suoi abitanti 😀
E, visto che ci sono, aggiungo che ho provato a mettere dei link nel testo alle note che vedete qui sotto. Mi fate sapere se funzionano o vi danno problemi? Qui da me è un po’ strano, a volte vanno a volte no, ma non capisco bene perché)

1. onestamente, all’inizio pensavo fosse una specie di mix tra i negozi che vendono vestiti di carnevale e un sexy shop di classe; solo in seguito ho realizzato che a Milano un negozio che vende davvero solo questo ha senso! 😀

2. Il ragionamento scala e si applica a qualsiasi realtà: un vicentino che fa il barista o il fruttivendolo, che non va a vedere nessuna delle mostre che un abitante di un piccolo paese della provincia (tipo Malo per dirne uno) gli invidia, ha motivo di sentirsi speciale in quanto vicentino? Potrei continuare con un newyorkese invidiato da un milanese, ma direi che il concetto è chiaro.

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Meglio tardi che mai

keep-door-closedEsattamente un anno fa scrivevo questo post in cui mi chiedevo come è possibile che ci siano sempre più negozi con le porte spalancate in inverno ed estate, con conseguente incremento dell’inquinamento per una cosa tanto stupida quanto inutile.

Oggi, 365 giorni dopo, Vicenza è messa male in quanto a valori delle polveri sottili e quindi il comune lancia una nuova ordinanza: fino al 15 aprile blocco totale per le auto Euro 0 e 1, e, FINALMENTE!, obbligo per i negozi di tenere chiuse quelle cazzo di porte!

E pare anche che abbiano cominciato a dare multe per la cosa. Peccato solo siano 50 euro, avrei preferito 500. Ma spero che i vigili passino tre o quattro volte al giorno, ogni giorno, in modo da far capire che la cosa non può continuare.

E anzi spero il comune faccia il salto in più e vieti del tutto questa ridicola moda che non ha alcun senso logico oltre che pratico, visto che basta mettere porte automatiche e si ha lo stesso effetto “accogliente” limitando pesantemente lo spreco energetico e l’inquinamento.

PS: io ho mantenuto fede a quanto scrissi un anno fa: non sono più entrato in negozi che restano con la porta aperta in ogni stagione. Sicuramente il loro giro d’affari non ne ha minimamente risentito, ma non mi importa.

Pagine in bianco

Pagine BiancheAll’incirca un mese fa, nel mio quartiere hanno consegnando la nuova versione delle Pagine Bianche. Ed è anche un volumone bello massiccio come potete vedere dalla foto che ho messo qui. La stessa foto mostra un’altra cosa che potreste intuire: nessuno le vuole più!

Nel mio condominio la pila di Pagine Bianche è rimasta immutata per quasi una settimana e a distanza di una ventina di giorni dalla consegna, su sei copie lasciate sulle scale, unico luogo di accesso della casa e quindi viste da tutti i condomini, ne restano ancora quattro da prendere. E non si può dare la colpa nemmeno alle ferie e alla gente fuori casa perché quando sono state consegnate c’erano praticamente tutti.

Girando per le strade del quartiere, poi, si sono viste pile di questi tomi davanti alle porte di tutti gli edifici, commerciali e non, dove sono rimaste per giorni. Alla fine penso siano state buttate via dopo che hanno preso la mega pioggia caduta giovedì.

Non è quindi una cosa solo nostra, ma un fenomeno molto più diffuso, almeno qui vicino a me. Sarei stupito, però se lo stesso non succedesse nel resto d’Italia. D’altra parte, chi ha bisogno di una cosa in più da tenere in casa quando si può avere tutto quello che c’è scritto, e infinitamente di più, semplicemente aprendo un computer o sbloccando uno smartphone? Basta andare sul sito delle Pagine Bianche o fare ricerche su Google e si trova ogni informazione possibile.

Io mi stupisco che nel 2016 vengano spesi ancora centinaia di migliaia di euro per una cosa che è oggettivamente superata. Certo, c’è una parte della popolazione che è ancora interessata, ma è una frazione minuscola e di norma di età avanzata. A questo punto non sarebbe più sensato mandare una lettera a tutti e chiedere chi vuole la nuova versione, passando per un meccanismo di conferma via web, telefono o lettera? Ci sarebbe un risparmio incredibile e anche l’ambiente ringrazierebbe visto che chissà quante di queste Pagine Bianche finiscono nel cestino invece che nel riciclo della carta.

Il buon senso direbbe questo, ma non sono ingenuo e so come vanno queste cose: gli spazi pubblicitari all’interno dell’elenco sono venduti a un prezzo che è anche legato alla tiratura, quindi maggiore è questa, più soldi può chiedere l’editore. A poco importa, a lui, che il 90% di questi tomi vada direttamente nei cassonetti o comunque non venga mai aperto. Lui incassa ed è contento. L’inserzionista non so, ma del resto non so nemmeno se al giorno d’oggi c’è ancora un ritorno economico significativo derivante dall’apparire in questi elenchi. Magari c’è ed è anche forte, quindi la sua spesa sarebbe motivata.

Ad ogni modo eccoci qui: agosto 2016 con le nuove Pagine Bianche pronte a finire nel solito cassetto da dove non verranno tirate fuori fino ad agosto 2017, quando verranno sostituite da quelle nuove. Le vecchie le butterò nella carta da riciclare. Non prima, però, di averle tolte dal loro involucro che le proteggeva e cullava da un anno a questa parte.

Strane economie di scala

Qualche settimana fa sono andato in un negozio di Vicenza per farmi stampare un paio di foto di Paolo che avremmo poi messo in una cornice e regalato al mio papà che compiva gli anni. La cornice in realtà era una, ma non sapevamo decidere quale foto dargli quindi abbiamo pensato di stamparne tre e poi far scegliere a lui quale vuole (e, ovviamente, lasciargli anche le altre due). Entro in questo negozio dove non ero mai stato e dopo un’attesa infinita, perché la commessa deve parlare con la classica vecchietta d’assalto che non molla le persone per ore, finalmente tocca a me. Il tariffario è però strano. Formato 15×20, quello della cornice presa, avevo:

Una foto: 3 euro
Due foto: 6 euro
Tre foto: 7 euro
Quattro foto: 9 euro (penso, questo non lo ricordo bene)

Ma la cosa divertente è oltre le 5 foto: 0,69 euro a foto. In pratica io volevo stampare tre foto, ma alla fine ne ho invece fatte sei perché così ho speso di meno: 4,14 euro contro 7, e ho pure tre foto in più! (Poi in realtà ho pagato 5,14 per non so quale motivo, ma tant’è).

Ad ogni modo mi sfugge quale sia la ratio dietro una simile offerta*. Ok invogliare la gente a stampare di più riducendo il prezzo del singolo all’aumentare della quantità, ma che senso ha avere un prezzo totale MINORE? Ve lo dico io: nessuno, né dal punto di vista economico, né da quello logico o del buon senso. Comunque sia contenti loro, contenti tutti.

* ovviamente la spiegazione più ovvia è che i dipendenti non abbiano capito una cippa dello schema del prezzo: secondo me era ovvio che si intendesse quattro foto 9 euro, poi per ogni foto oltre la quarta, 69 centesimi a foto. Quindi se ne stampo cinque, 8,69 euro. Se ne stampo quattordici, 14,90 centesimi e via così).