Due cose fastidiosissime

Da qualche tempo mi sono reso conto che ho due abitudini legate al linguaggio per me estremamente fastidiose. Che, spoiler alert, non vi dirò in maniera chiara.

Una riguarda la scrittura, una il parlare. Sto lottando con tutte e due per cercare di superarle/correggerle ma non è facile. Per due motivi diversi.

Quella legata alla scrittura è qualcosa che a me piace. Cioè so che non dovrei farlo perché, sebbene non sia un errore, non è elegante e può appesantire il testo. Ma a me piace, non ci posso fare nulla, quindi cerco di limitarmi il più possibile. Anche se, lo ammetto, ogni tanto cedo e faccio finta di nulla con colpevole piacere. Comunque sia, questa è l’abitudine facile da estirpare perché lo scritto nove volte su dieci può essere riletto e sistemato, quindi se nella prima versione ho ecceduto, in fase di revisione sistemo. Il decimo caso è invece un messaggio via telefono, quindi anche se non sono Manzoni non frega nulla a nessuno (non che io stia dicendo di essere Manzoni negli altri nove casi, eh! :D)

Molto diversa la storia del difetto nel parlato. Qui c’è qualcosa che odio, ODIO!, ma non riesco a eliminarlo. Non so nemmeno se è qualcosa che la gente nota -quando l’ho chiesto a Carla lei mi ha risposto che non ci aveva mai fatto caso- ma io sì e ogni volta che ci cado dentro, e capita fin troppo spesso, impazzisco. Il problema è che non è per nulla facile da estirpare.

Per farvi capire, io ho cambiato più volte il mio modo di pronunciare certe parole. Da buon veneto avevo delle vocali molto larghe., così quando ho capito che dicevo “neero” invece che “nero”, o “meela” invece di “mela”, ho imparato a correggermi e ora le dico giuste. Allo stesso modo quando un amico mi ha fatto notare che dicevo “trova” e “prova” con la o stretta, e che è sbagliato, ho corretto pure questo.

Questa volta, però, il difetto che mi trovo ad affrontare è completamente diverso e non sono certo di riuscire a controllarlo ed eliminarlo. Per essere onesti lo vedo praticamente impossibile perché è legato al mio modo di costruire le frasi nella mia testa. Un modo che è cambiato dall’arrivo di Paolo e infatti io attribuisco a lui, o meglio a come parlo a lui, il mio attuale difetto.

Mentre combatto queste cose, ho coltivato un altro dubbio: vale la pena dirlo agli altri? Tipo “So che faccio così e non mi piace, e sto cercando di correggermi”. Ma ho deciso di lasciar perdere e tenermi la cosa per me. E l’unico motivo per cui seguirò questa strada è “Spoiler alert“, geniale puntata di How I met your mother (chi non l’ha vista può farlo in maniera completamente pirata clikkando qui) in cui i protagonisti realizzano che hanno sempre avuto di fronte a loro i difetti degli altri, ma non li avevano mai notati. Poi, però, quando rompono il muro dietro il quale li nascondevano inconsciamente, o quando qualcuno glieli dice in maniera esplicita, non è più possibile non notarli e diventano un fastidio sempre presente. [Riassunto terribile: guardate la puntata che è meglio :D]

Seguendo quanto mi hanno insegnato Ted e amici, perché evidenziare qualcosa che magari nessuno ha notato? Meglio far finta di nulla e cercare di risolvere il problema dietro le quinte. Sperando che non ci siano troppe persone attorno a me che sentono il “crash” che c’è in How I met your mother…

 

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Moona! (parte 1)

Fino a qualche mese fa, Paolo faceva una buffa crasi tra luna e moon, dicendo appunto moona (pronuncia “muuna”).

Ora che sta migliorando tantissimo il suo modo di parlare, questo tenero errore sta via via scomparendo. Così come tutte le altre parole che lo caratterizzavano: pitta invece di pizza l’ha mollato da mesi, mentre più recentemente ha iniziato a dire polizia per indicare l’auto della polizia invece del fin qui usatissimo mimo polizia (“mimo” è il suono delle sirene -mimo mimo mimo- e lo univa al nome del mezzo. Avevamo quindi mimo polizia, mimo ambulanza e mimo firetruck). Resiste incontrastato e, per ora, inamovibile solo puppa, per ruspa (ricordate? Se no, leggetelo: ho anche aggiornato l’immagine che c’era inizialmente, mettendone una di Paolo che è praticamente perfetta :D). Così come rimane Paolos, che lui dice molto spesso quando si parla di qualcosa che suo (“Questo letto è di Paolos”) e, in misura minore, anche quando parla di sé (“Io sono Paolos”). Il genitivo sassone integrato nell’italiano e gestito un po’ a modo suo, insomma 😀

I miei sentimenti sull’argomento sono contrastanti: da un lato sono felice di sentirlo parlare sempre meglio, di vederlo fare frasi anche articolate e collegate tra loro, di osservarlo arrivare perfino a dire una cosa, fermarsi a pensare e poi ripeterla in maniera corretta. Dall’altro, però, mi dispiace da morire non avere un buffo essere che gira per casa che dice cose ancora più buffe. Avevo proposto a Carla di prendere una cosa, darle un nome divertente e chiamarla sempre così con Paolo, in modo che lui lo imparasse e ripetesse, ma lei mi ha stranamente detto che non è il caso. E poi ci si stupisce se lui si diverte di più con me che con lei… ;P

Ad ogni modo stiamo attraversando anche questa fase della sua crescita. Un nuovo piccolo e grande passo per il piccolo e grande ometto che sta diventando il nostro Paolo.

La storia di Marco e Claudio

Marco e Claudio sono due uomini che decidono di comprarsi una fiammante Bullet della Vapid, il sogno della loro vita. Forse sono amici, forse no; forse non si conoscono nemmeno e abitano in città o addirittura stati diversi. Non è importante ai fini del racconto.

Claudio AMA la sua nuova Bullet e la tratta come se fosse sua mamma, moglie e figlia insieme. La lava con le spugne non abrasive, le passa la cera e la asciuga con i panni più delicati e costosi sul mercato. Spolvera gli interni ogni martedì e venerdì sera, lava i cerchi ogni sabato. Per la benzina, solo quelle speciali che costano di più ma trattano meglio il motore. E dopo il pieno, controllino alla pressione delle gomme perché non si sa mai. Così come è imprescindibile il giro dal meccanico per un check-up di sicurezza mensile.

Marco, invece, considera la sua Bullet una bella macchina e la tratta bene, ma nulla più. La porta a lavare ogni mese, magari anche due. E lo fa all’auto lavaggio, quello con i rulli con setole che graffiano la carrozzeria lasciando dei microsolchi larghi mezzo micron, che quindi tutti quelli che girano con un microscopio professionale in tasca potranno vedere. Il pieno lo fa ai distributori senza marca, perché si risparmia, e l’ultima volta che ha cambiato i tergicristalli è stato quando… no, non li ha mai cambiati. Dal meccanico ci va solo quando lo chiamano per dirgli che sarebbe ora di fare un tagliando. E comunque anche in questo caso, ci va due mesi dopo la telefonata.

Come sempre succede in questi così, l’auto di Marco non gli dà problemi e non le succede nulla, nonostante lui faccia quasi 50.000 km nei primi sei mesi.
Claudio, invece, non è altrettanto fortunato. In sei mesi e soli 10.000 km, gli si è crepato il parabrezza per colpa di un sasso. Carglass gliel’ha riparato ma lui ora vede quei due seghetti larghi ben mezzo millimetro e sta pensando di cambiare tutto il vetro. Prima però deve trovare i soldi necessari per sistemare il paraurti, ammaccato nel parcheggio dell’Esselunga da un figlio di puttana che poi è anche scappato senza lasciargli nessun messaggio. E c’è da fare un giro all’elettrauto perché continuano a saltargli le lampadine dei fanali. Oltre ovviamente al carrozziere, perché proprio nel giorno della più grande grandinata della storia lui doveva uscire a fare un giro con la Bullet…

La storia non è nuova, l’avrete sentita tutti o magari vissuta in prima persona. Sembra quasi che la sfiga si diverta a colpire l’oggetto delle nostre passioni mentre ignora bellamente il medesimo oggetto se questo è nelle mani di uno che lo apprezza meno di un decimo di noi.

Questo vale anche per me e Carla. Io sono Marco, lei Claudio e la Bullet è Paolo.

Carla lo tratta sempre con i guanti di cotone, lo richiama quando fa qualcosa di appena appena pericoloso e gioca con lui come una vera mamma, cioè disegnando, colorando e roba del genere, tutto sempre molto tranquillo.

Io lo faccio camminare sullo schienale del divano, saltare sul letto, lo lancio in aria, lo uso come cavia per mettere in pratica tutte quelle tecniche di wrestling viste da piccolo e mai provate nel mondo reale (giuro: mi manca solo lo schiacciacervelli perché non ho trovato il coraggio di farlo. Per ora…).

Lei sta seduta con lui su delle sedie per bambini e insieme leggono un libro pieno di figure. Io lo stesso libro lo leggo con la testa che penzola verso il basso e le gambe sullo schienale del divano, con Paolo affianco che fa lo stesso e ride insieme a me.

E Paolo, sistematicamente si fa sempre male con Carla. Sempre. Se Paolo prende 10 botte nel giro di una settimana, sette sono con Carla, due da solo e forse una con me.
Di più: tutte le volte che Paolo si è fatto davvero male, cioè mega bernoccolo e roba del genere (per fortuna non è mai successo niente di serio), è sempre, SEMPRE, successo mentre era con Carla.

E’ la mia salvezza, perché lei sa bene come noi due giochiamo insieme e se quindi si facesse male durante una delle nostre solite “cose che non vanno fatte! E’ solo un bambino!“, sarei morto.

Ma è proprio come per Marco e Claudio, e le loro Bullet: chi la tratta con i guanti finisce per avere più guai e problemi. Chi la usa normalmente, se la gode e basta, senza tante grane o delusioni. Sembra assurdo e stupito, e in parte sicuramente lo è, ma certe volte le cose bisogna sapersele godere senza pensarci su troppo. Tanto non importa cosa fai, prima o poi la tua macchina si romperà o forerai. O tuo figlio prenderà una botta in testa perché corre guardando da un’altra parte, o salta troppo vicino al bordo del letto. Stacci attento e trattalo bene, ma non metterlo sotto una campana di vetro perché altrimenti non farà altro che prendere testate cercando di uscirci. 🙂

Il DEFCON di casa Dal Corno

Il vecchissimo film War Games ha insegnato tre cose al mondo:

  1. con un modem puoi fare di tutto
  2. non si può vincere a tris
  3. la scala DEFCON

Quest’ultima indica il livello di pericolo/minaccia che usa l’esercito americano. E’ di cinque livelli, con 5 che indica pace assoluta (e quindi negli USA non ci mettono nemmeno la lampadina in quello slot) e 1 che è la guerra totale.

Nel mio piccolo, anche io ho una scala DEFCON che uso tutti i giorni: è quella che indica la situazione al momento del mio risveglio ogni mattina.

Premessa per capirla: io vado a letto molto tardi (mai prima dell’una) e mi sveglio verso le 8, quando devo cominciare a occuparmi di Paolo perché Carla, che si è alzata attorno alle 7, se non è già uscita di casa, lo sta per fare. Io ho anche un sonno pesantissimo e ci vuole davvero molto per svegliarmi. DAVVERO. MOLTO.
Tutto chiaro? Iniziamo!

DEFCON 5

Paolo non è a casa ma sta dormendo da qualche altra parte con la mamma. Non capita praticamente mai. Alternativa: quando mi sveglio, Carla e Paolo se ne sono già andati da qualche parte e io mi sono addormentato sapendo che al risveglio sarei stato da solo. Il Nirvana.

DEFCON 4

Sono le 8, mi sveglio da solo normalmente e Paolo è nella sua stanza che sta ancora dormendo. La pace e la tranquillità assoluta.

DEFCON 3

Quando apro gli occhi, Paolo sta dormendo accanto a me. Non so quando sia arrivato e come (l’ha portato Carla perché piangeva? Si è alzato ed è venuto da solo da noi? Mah!) ma tutto sommato non mi interessa. Bisogna stare un po’ attenti perché si muove molto e può cadere dal letto, o prenderti a calci la faccia, ma almeno so dov’è ed è in una situazione che posso controllare. Nulla di cui lamentarsi.

DEFCON 2

Apro gli occhi e vedo due cose: il TV acceso su Blaze o simili e Paolo che è seduto accanto a me, magari attaccato al suo biberon, che lo guarda. E’ calmo ma ci vuole poco per accenderlo e quindi devo essere pronto e reattivo. Basta stare attenti e si sopravvive facilmente.

DEFCON 1

Quando apro gli occhi, Carla se ne è già andata e Paolo è sveglio, attivo e scattante. Salta sul letto, entra ed esce dalla camera da letto e ha in mano qualcosa che non dovrebbe avere, e che normalmente non è in camera nostra. Come a sottolineare che finora ha girato per la casa senza controlli e limiti, e chissà per quanto tempo. Magari non ha rotto nulla, di sicuro ha spostato delle cose che non troveremo mai più… (il mio iPod Shuffle è ancora disperso…). Devo quindi alzarmi di botto, contenerlo (se è sul letto) o inseguirlo (se è in un’altra stanza), valutare la situazione, cercare di ricordarmi se Carla mi aveva svegliato e io mi sono riaddormentato (cosa probabilissima. Come è certo che, se anche fosse andata così, io non me lo ricorderò. E quindi non ci penso troppo…), e poi dare via alla procedura vestizione sua e mia, e tutto il resto. L’Inferno sulla terra.

Per i più curiosi, la scala DEFCON di casa Dal Corno vede una netta prevalenza delle situazioni 3 e 2, seguita dalla 1 e quindi la 4. La 5 in pratica non esiste.
Buon fine settimana a tutti!

Felicità

Ieri sera avevo voglia di un qualcosa di fresco da bere che non fosse acqua, così ho ripiegato su una mia classica bibita serale: latte e Nesquik.

Ne ho parlato più volte sul blog, ma lo ricordo di nuovo: adoro il Nesquik fin da piccolo e non ho mai smesso di berlo perché… beh, perché non vedo motivo per farlo. Non è che mi sento meno uomo se alla sera bevo del latte al cioccolato invece che un caffè o un amaro, né mi vergogno di apprezzare ancora qualcosa che era buono quando ero piccolo e lo è ancora oggi che di anni ne ho 42.

Essendoci da sempre una confezione bella grossa di Nesquik a casa, Paolo l’ha assaggiato molto presto e ha iniziato ad amarlo praticamente da subito. Lo chiama “latte e claco”, cioccolato lo dice molto più raramente, ed è la bevanda con cui fa colazione ogni mattina e che beve prima di andare a letto praticamente ogni sera. La chiede esplicitamente lui, è un piccolo rito che gli piace e a noi va bene rispettarlo.

Come dicevo, ieri sera decido di farmi un bel bicchierone di latte e Nesquik. Quando inizio a prepararlo, Paolo è in salone che gioca con la mamma. Mi vede e capisce subito cosa sto per bere, così tira il suo solito urlo di gioia estremamente acuto e si lancia verso di me. Io prima faccio finta di nascondermi, poi di non vederlo, ma alla fine cedo al suo cercare di saltarmi addosso per prendere quel bicchiere pieno di latte al cioccolato che tanto brama.

Così andiamo insieme davanti al divano e ci sediamo per terra. Lui è alla mia sinistra, con la maglietta di Superman che gli copre il pannolino e parte delle gambine ancora così buffe da non sembrare vere. Gambe che sono piegate esattamente come le mie, perché mi imita in tutto e per tutto.

Gli metto il braccio sinistro attorno alle spalle e con la mano gli accarezzo la testa, mentre con la destra porto il mio bicchiere alla sua bocca. Lui allunga le sue di mani per prenderlo e aiutarsi a bere, e rimaniamo così per un po’.

E realizzo che questa è per me la felicità. Non c’è nulla al mondo che accetterei in cambio di questo momento tra noi.

Io e lui, seduti per terra come capita da sempre quando facciamo colazione insieme (tipicamente solo nel week-end) o mangiamo qualcosa di particolare.  Una tradizione che è nata in maniera spontanea e va avanti da un bel po’.

Io e lui che beviamo e amiamo la stessa cosa, un semplice latte con Nesquik. Che però per me non è semplice. E’ una delle cose che più apprezzo e che adoro da sempre, che mi hanno fatto conoscere i miei genitori e che io ora ho fatto conoscere a lui. Per questo sento uno strano senso di passaggio di consegne generazionale (lo so che non è l’espressione giusta, ma non mi viene niente altro). Strano e stupido, ma sempre passaggio di consegne generazionale è. E’ un pensiero che ho in realtà da mesi nel retro del mio cervello, mai espresso o anche solo veramente compreso. Ma ora, in quel momento, realizzo che per me è davvero qualcosa di importante. Qualcosa che mi fa sentire il papà di Paolo e che mi fa sentire lui il figlio di Mattia.

Lo dico a Carla, che è sdraiata dietro di noi sul divano, e la cosa la colpisce al punto che per circa dieci secondi stacca lo sguardo dal telefono e ci osserva sorridente. Poi arriva un altro messaggio su Whatsapp e la perdiamo di nuovo per non so quanti minuti (un giorno dovrò parlare del rapporto di Carla con il suo smartphone… ;P).

Ma poco importa perché quello è il nostro momento, mio e di Paolo, e va bene così. Il Nesquik è cosa nostra, di noi maschi Dal Corno.

Il potere delle puppe

Ogni mattina porto Paolo al nido. E’ una breve passeggiata, poco più di 200 metri, che facciamo con il passeggino perché se andiamo camminando ci metto il triplo del tempo visto che lui si ferma ogni 10 secondi per guardare e toccare qualcosa (il camminare è riservato al ritorno, quando ho più tempo da perdere). Ma per quanto breve, è una strada sempre piena di cose per lui interessanti: le auto.

Adora vedere passare qualsiasi cosa abbia una sirena o sia grande, per cui da qualche tempo usciamo di casa facendo i pronostici su cosa vedremo e cosa no. Lui è sempre ottimista e cala costantemente l’asso: vedremo sicuramente una mimo polizia (“mimo” è il suono delle sirene: mimo mimo mimo), quello che preferisce in assoluto, e magari anche uno school bus. Io gli do corda cercando però di fargli capire che non sarà facile.

Ieri gli dei ci hanno baciato in fronte e nella via di casa nostra hanno posizionato il sacro graal degl incontri mattutini, qualcosa che è persino meglio della mimo polizia ma che non viene nemmeno considerata perché è oggettivamente impossibile vederla: una puppa, cioè una ruspa!

Puppa

Era lì in tutta la sua gialla magnificenza, intenta a bucare l’asfalto per riparare un tubo che perdeva. Dopo averla fissata per un paio di minuti, con suo grande dispiacere ce ne siamo andati verso il nido.

Uscendo di casa oggi, mi sono chiesto se avremmo trovato di nuovo la puppa ma, come era prevedibile, non c’era. Quello che non sapevo ancora, però, è che l’avrei invece vista di nuovo poco più in là, esattamente davanti alla porta dell’asilo di Paolo.

Esaltazione massima ma pochi secondi spesi a guardarla perché c’erano tre mezzi accesi che buttavano fuori il loro smog al gusto di diesel, quindi ho preferito evitare di respirare quell’aria così speziata. Entro nel nido e vedo la maestra seduta per terra con tutti, ma proprio TUTTI, i bimbi attaccati a una porta a vetri che guarda fuori. L’unico staccato è il povero Guido, ma solo perché sta piangendo. Un paio di istanti dopo l’inizio del pianto, la maestra dice agli altri di lasciare spazio anche per lui, c’è posto per tutti per guardare fuori. Poi lei si alza e viene a prendere Paolo, e nel farlo mi spiega che sono tutti attaccati al vetro per vedere la ruspa che sta lavorando lì vicino. Da 1 a 3 anni, maschi e femmine… tutti incollati a un vetro per vedere la ruspa!

Mentre dice queste parole entra un’altra maestra e, notando la prima, le dice sorridendo: “Bene, oggi ci riposiamo e non facciamo nulla, eh?!”. Il che mi sa sarà anche vero, perché non so per gli altri bimbi, ma se attraverso quella porta si vede una puppa che si muove e lavora, sono certo che Paolone sarà lì incollato per tutto il tempo e non riusciranno mai a staccarlo. Ma proprio mai!

Ieri, oggi e domani (e sabato)

È una settimana importante​ e piena quella che è iniziata ieri. Ho duemila cose da fare di portata e peso non indifferente.

Devo chiudere un volume immenso che ha bisogno di un livello di cura e attenzione assurdi (e per questo devo ancora finire l’ultimo articolo che ci va dentro). Devo supervisionare vari manga che vedrete a Lucca, e probabilmente questo è il mese dell’anno con il più alto numero di volumi su cui devo lavorare in 30 giorni. Devo fare mille altre cosette, tutt’altro che corte, sperando che le traduzioni di vari progetti americani arrivino in ritardo, altrimenti sono finito.

Peccato che faccia tutto a rilento perché domenica sono andato a fare delle ripetute in salita con un amico, e il mio corpo non ha gradito la cosa lasciandomi mille doloretti. Soprattutto, però, non ha gradito le 60 vasche fatte a nuoto ieri: già avevo male praticamente ovunque, dopo il nuoto, che per me è stato uno sforzo immenso (al punto che sto seriamente pensando di scendere di livello), è scomparso il praticamente e sono un completo cadavere. Ho male da in piedi, da seduto, da sdraiato. Ho male se sto fermo o se cammino. E questo ha fatto sì che dormissi male, per cui sono anche rintronato.

Fermi lì, siamo solo a metà. Questa è la parte tranquilla, ora arrivano i fuochi d’artificio.

In tutto questo si inserisce, infatti, il matrimonio del mio migliore amico, che è domani a circa 120km da casa mia. Dove non solo sono testimone ma anche Paolo ha un ruolo importante. Ha… diciamo avrebbe avuto visto che ieri il termometro infilato nel suo orecchio alle 18 indicava 38,7. E stanotte si è svegliato piangendo e tremando con 40 di febbre. Lui ha spesso il febbrone ma non si è mai lamentato così tanto come ieri, quando piangeva e diceva “aiuto, mamma”. Mamma che ha una settimana di superlavoro anche lei, quindi non può stare a casa a darmi una mano con lui, che ovviamente non va al nido.

Domani quindi che si fa? Si porta Paolo e Carla al matrimonio o li si lascia a casa? Prima di pormi questo problema, ce n’è un altro più a monte: come ci vado alla cerimonia? Già, c’è anche questo da capire.

La settimana scorsa Carla ha portato la mia auto a lavare e il tizio del distributore le ha detto che sentiva odore di gasolio nel motore. Così oggi vado all’Alfa a vedere la situazione e mi dicono che sì, c’è l’odore e sarebbe meglio lasciarla lì per fare una verifica. Che non sanno quando potranno farla, visto che sono pieni di lavoro, e quanto tempo (e quindi soldi) porterà via visto che non sanno che problema sia. Bonus time: mi dicono che ho il tagliando da fare e le pastiglie dei freni sono andate, quindi solo per queste ultime due cose, senza contare il problema odore gasolio, parto dai 600 euro di conto.

Così sono all’Alfa, a svariati km da casa mia, decisamente più povero di prima, senza che nessuno sapesse che ci sarei andato (e quindi potesse prepararsi all’eventualità di venire a prendermi) e distante dalla fermata del tram più comoda. Tram per cui ovviamente non avrei il biglietto.

Risolvo grazie a un tizio del concessionario molto simpatico e gentile che mi porta alla fermata, e scopro che ora si può comprare il biglietto a bordo. Costa di più ma frega nulla.

Arrivo alla suddetta fermata e vedo che ho perso il tram per 3 minuti, quindi ne dovrò aspettare quindici. Per fortuna almeno c’è dell’ombra in cui stare.

Finalmente si torna a casa…

Tornando a casa realizzo che domani mattina sarei dovuto andare a prendere mio padre che fa degli esami prima di un piccolo e banale intervento. Ma ho Paolo a casa e non ho nessun mezzo di trasporto, quindi pure questa cosa diventa impossibile.

Infine sabato c’è la festa per il matrimonio. Sempre a più di 100km da casa mia. Abbiamo già prenotato un B&B dove avremmo dovuto fermarci, ma a questo punto chissà se ci andremo…

Sto seriamente pensando di farmi ibernare fino a lunedì, sperando che la settimana prossima non sia addirittura buona, mi accontenterei anche di un difficile. Tutto è meglio dell’impossibile in cui sono al momento.

Ispirazione

È domenica mattina, attorno alle 9:30. Siamo svegli da circa due ore perché, come sempre, Paolo ha aperto gli occhi e cominciato a reclamare attenzioni molto presto. Lo stesso bambino che dal lunedì al venerdì dobbiamo svegliare con le bombe alle otto, i sabati e le domeniche è pronto e scattante fin dalle sette se non prima. E poi c’è chi si chiede perché la gente non fa figli…

Ad ogni modo, sono sveglio e gioco con Paolo nel nostro lettone. L’ho appena arrotolato nel piumone primaverile, e di lui si vede solo la testa. Lo chiamo “l’involtone di Paolone” e rido insieme a lui. E mi scatta qualcosa nella testa.

Prendo l’iPad e comincio a scrivere l’introduzione per un volume di Iron Man francese che non so nemmeno quando uscirà (sicuramente io non dovrò lavorarlo per almeno tre mesi). E scrivo di getto tutta l’intro.

Che mi esce anche molto carina. Ha un buon ritmo, delle frasi riuscite, una struttura generale che mi piace, eccetera. Insomma è ottima (per me, ovviamente), la userò davvero per il volume. Certo ci sono delle cose da completare e rifinire, dovute al fatto che non mi ricordo precisamente dove finiscono le storie del volume precedente e quindi non so quanto posso dire e quello che invece non va citato, ma è un banale lavoro di rifinitura che si fa poi con gli albi sottomano.

In circa cinque minuti scarsi ho fatto tutto. Lavorando pure sull’iPad, dove sono molto più lento rispetto al digitare con la tastiera. Seduto sul letto, osservando Paolo che desfa il letto di casa mentre salta sul materasso, guarda George in TV, e urla “guarda daddy”.

E penso a quanto sia stupida l’ispirazione. A volte passi ore, ORE!, a fissare lo schermo vuoto e non ti viene in mente niente di decente. Così finisci per scrivere qualcosa di banale che fa il suo lavoro ma nulla più, solo perché non puoi rimandare ulteriormente la consegna del redazionale. Altre volte ti basta arrotolare un bambino in un piumone, qualcosa di inspiegabile scatta nella tua testa, e le parole scorrono naturalmente sul testo, mettendosi al loro posto in maniera ordinata ed efficace.

Comunque una lezione l’ho imparata: la prossima volta che non mi viene l’ispirazione, chiuderò il PC e andrò a letto.

Verde? Rosso?

Premessa: se non l’avete già fatto, andate a leggere il post Verde? Rosso! uscito all’incirca due settimane fa.

La questione del daltonismo di Paolo sembrava chiusa una volta per tutte, ma la mia amica Paola che lavora in Panini mi ha fatto notare una cosa. Guardate la foto che avevo messo qui:

E’ vero che Paolo divide i colori, ma come mi ha detto Paola, divide anche le forme! I verdi sono tutti parallelepipedi, i rossi delle piramidi, quindi potrebbe benissimo essere un caso di associazione per forma, non per colore.

Inizialmente ero scettico, poi però, pensandoci su, mi sono reso conto che non aveva del tutto torto e non si può escludere realmente l’ipotesi che la sua divisione fosse per forma e non per colore.

Così ho messo in pratica una nuova verifica, in due step!

Step 1
Lo stesso della volta scorsa, ora però con forme più simili. Il risultato è stato positivo: Paolo ha diviso tutto senza grossi problemi, anche se va detto che si è stancato molto in fretta. Però prima di andarsene aveva già piazzato correttamente una decina di pezzi, quindi risultato è positivo.

Step 2
Mentre era seduto sulle mie gambe davanti al PC di lavoro, ho pensato di fare una cosa in grado di dare una risposta ancora più definitiva. Ho creato una serie di immagini grandi quanto il mio desktop e le ho colorate con alcune tinte:

coloriPoi le ho sparate a tutto schermo, chiedendo a Paolo che colore vedesse. Mi spostavo da una all’altra non in sequenza, premendo velocemente avanti o indietro più volte, in modo che non si trovasse i colori nello stesso ordine.

E qui è stato un disastro totale. Paolo prende senza problemi il blu e il purple/viola, l’arancione non lo riconosceva ma anche perché non è un colore che gli diciamo spesso, il giallo ha dato risultati misti. Verde e rosso, invece, sono stati confusi mille volte. Al punto che ho avuto l’impressione che si stesse non solo stancando del gioco, ma che si sia infastidito dal fatto che lui diceva “Verde!” e io gli rispondevo “Rosso…”. Così ho smesso, e ho contemporaneamente deciso di smettere del tutto con questa indagine.

Sarà daltonico? Sinceramente non lo so ma penso di sì. A volte ci prende, a volte no. A volte mi stupisce in positivo, a volte in negativo. Per esempio, stamattina guardava un cartone animato con delle automobiline. Mi dice “Blu! White! Verde!” e io gli rispondo “Bravo!” senza guardare la TV, che era alle mie spalle, perché lo stavo vestendo per il nido. Dopo un po’ mi giro e vedo che ci sono tre auto: della polizia (blu), tipo ambulanza (white) e una dei pompieri (verde…).

Magari è una forma di confusione che ha dovuta al bilinguismo, del resto io dico verde e rosso mentre Carla green e red, magari non li distingue veramente e la lingua non c’entra nulla.

Come detto, non è assolutamente una cosa importante e io ci giocavo sopra per questo motivo. Ma ora credo di aver passato il limite e se non è più divertente per lui, ma anzi a volte arriva a dargli fastidio, meglio lasciar perdere e dedicarsi ad altro. Tanto c’è solo l’imbarazzo della scelta su cosa iniziare a insegnargli ora 🙂

Verde? Rosso!

Paolo ha due anni e mezzo e ormai gioca con le parole da parecchio tempo. Tra queste ovviamente ci sono anche i colori, che lui riconosce solo ogni tanto. O meglio, ne ha alcuni che gli sono chiari e azzecca sempre -soprattutto il blu e il purple– altri un po’ meno. Negli ultimi mesi, però, abbiamo notato che fa abbastanza fatica a distinguere il verde e il rosso. Cioè a volte chiama verde qualcosa che è rosso e viceversa, mentre altre volte ci prende. Il “ci prende” non è usato a caso, perché è evidente dalla sua faccia che molto spesso sta sparando a caso quando gli chiediamo il colore di un’auto verde o di una palla rossa.

O quando gli chiediamo di che colore è il primo quadro tra quelli appesi nel nostro salone:

Così in noi si è insidiata l’idea che possa essere daltonico. Non sarebbe certo la fine del mondo, anzi, ma la curiosità di saperlo per me era parecchia. Abbiamo fatto mille prove ma tutte davano risultati inconclusivi. Poi, domenica sera, ho avuto la classica idea tanto semplice quanto geniale. E che, in linea teorica, dovrebbe averci dato la risposta definitiva alla domanda se Paolo è o no daltonico.

Cosa ho fatto? Ho preso dei blocchetti di legno che lui ha e usa (raramente) per giocare, e ho tirato fuori quelli rossi e quelli verdi, non separandoli. Poi mi sono seduto sul tappeto, ne ho messo uno verde a sinistra e uno rosso a destra, l’ho fatto venire da me e ho cercato di fargli capire che doveva dividerli in base al colore, mostrandogli un paio di volte dove mettere i pezzi. Non ho mai detto verde o rosso perché pensavo potesse confonderlo, gli ho solo chiesto “questo con che colore va?” e cose simili.

All’inizio ha fatto un po’ fatica a capire cosa doveva fare, poi gli è stato chiaro e ha cominciato a dividerli mano a mano che glieli passavo. Un po’ è intervenuto anche il fattore forma ad aiutarlo, per esempio c’erano quattro quadrati verdi e li ha messi vicini secondo me anche per la forma, non solo per il colore, ma il risultato finale direi che non lascia spazio a dubbi:

Un altro scottante caso risolto dal fine pedagogo Dal Corno! Quello della casa, tra l’altro, senza la laurea in medicina! 😉