Il DEFCON di casa Dal Corno

Il vecchissimo film War Games ha insegnato tre cose al mondo:

  1. con un modem puoi fare di tutto
  2. non si può vincere a tris
  3. la scala DEFCON

Quest’ultima indica il livello di pericolo/minaccia che usa l’esercito americano. E’ di cinque livelli, con 5 che indica pace assoluta (e quindi negli USA non ci mettono nemmeno la lampadina in quello slot) e 1 che è la guerra totale.

Nel mio piccolo, anche io ho una scala DEFCON che uso tutti i giorni: è quella che indica la situazione al momento del mio risveglio ogni mattina.

Premessa per capirla: io vado a letto molto tardi (mai prima dell’una) e mi sveglio verso le 8, quando devo cominciare a occuparmi di Paolo perché Carla, che si è alzata attorno alle 7, se non è già uscita di casa, lo sta per fare. Io ho anche un sonno pesantissimo e ci vuole davvero molto per svegliarmi. DAVVERO. MOLTO.
Tutto chiaro? Iniziamo!

DEFCON 5

Paolo non è a casa ma sta dormendo da qualche altra parte con la mamma. Non capita praticamente mai. Alternativa: quando mi sveglio, Carla e Paolo se ne sono già andati da qualche parte e io mi sono addormentato sapendo che al risveglio sarei stato da solo. Il Nirvana.

DEFCON 4

Sono le 8, mi sveglio da solo normalmente e Paolo è nella sua stanza che sta ancora dormendo. La pace e la tranquillità assoluta.

DEFCON 3

Quando apro gli occhi, Paolo sta dormendo accanto a me. Non so quando sia arrivato e come (l’ha portato Carla perché piangeva? Si è alzato ed è venuto da solo da noi? Mah!) ma tutto sommato non mi interessa. Bisogna stare un po’ attenti perché si muove molto e può cadere dal letto, o prenderti a calci la faccia, ma almeno so dov’è ed è in una situazione che posso controllare. Nulla di cui lamentarsi.

DEFCON 2

Apro gli occhi e vedo due cose: il TV acceso su Blaze o simili e Paolo che è seduto accanto a me, magari attaccato al suo biberon, che lo guarda. E’ calmo ma ci vuole poco per accenderlo e quindi devo essere pronto e reattivo. Basta stare attenti e si sopravvive facilmente.

DEFCON 1

Quando apro gli occhi, Carla se ne è già andata e Paolo è sveglio, attivo e scattante. Salta sul letto, entra ed esce dalla camera da letto e ha in mano qualcosa che non dovrebbe avere, e che normalmente non è in camera nostra. Come a sottolineare che finora ha girato per la casa senza controlli e limiti, e chissà per quanto tempo. Magari non ha rotto nulla, di sicuro ha spostato delle cose che non troveremo mai più… (il mio iPod Shuffle è ancora disperso…). Devo quindi alzarmi di botto, contenerlo (se è sul letto) o inseguirlo (se è in un’altra stanza), valutare la situazione, cercare di ricordarmi se Carla mi aveva svegliato e io mi sono riaddormentato (cosa probabilissima. Come è certo che, se anche fosse andata così, io non me lo ricorderò. E quindi non ci penso troppo…), e poi dare via alla procedura vestizione sua e mia, e tutto il resto. L’Inferno sulla terra.

Per i più curiosi, la scala DEFCON di casa Dal Corno vede una netta prevalenza delle situazioni 3 e 2, seguita dalla 1 e quindi la 4. La 5 in pratica non esiste.
Buon fine settimana a tutti!

Felicità

Ieri sera avevo voglia di un qualcosa di fresco da bere che non fosse acqua, così ho ripiegato su una mia classica bibita serale: latte e Nesquik.

Ne ho parlato più volte sul blog, ma lo ricordo di nuovo: adoro il Nesquik fin da piccolo e non ho mai smesso di berlo perché… beh, perché non vedo motivo per farlo. Non è che mi sento meno uomo se alla sera bevo del latte al cioccolato invece che un caffè o un amaro, né mi vergogno di apprezzare ancora qualcosa che era buono quando ero piccolo e lo è ancora oggi che di anni ne ho 42.

Essendoci da sempre una confezione bella grossa di Nesquik a casa, Paolo l’ha assaggiato molto presto e ha iniziato ad amarlo praticamente da subito. Lo chiama “latte e claco”, cioccolato lo dice molto più raramente, ed è la bevanda con cui fa colazione ogni mattina e che beve prima di andare a letto praticamente ogni sera. La chiede esplicitamente lui, è un piccolo rito che gli piace e a noi va bene rispettarlo.

Come dicevo, ieri sera decido di farmi un bel bicchierone di latte e Nesquik. Quando inizio a prepararlo, Paolo è in salone che gioca con la mamma. Mi vede e capisce subito cosa sto per bere, così tira il suo solito urlo di gioia estremamente acuto e si lancia verso di me. Io prima faccio finta di nascondermi, poi di non vederlo, ma alla fine cedo al suo cercare di saltarmi addosso per prendere quel bicchiere pieno di latte al cioccolato che tanto brama.

Così andiamo insieme davanti al divano e ci sediamo per terra. Lui è alla mia sinistra, con la maglietta di Superman che gli copre il pannolino e parte delle gambine ancora così buffe da non sembrare vere. Gambe che sono piegate esattamente come le mie, perché mi imita in tutto e per tutto.

Gli metto il braccio sinistro attorno alle spalle e con la mano gli accarezzo la testa, mentre con la destra porto il mio bicchiere alla sua bocca. Lui allunga le sue di mani per prenderlo e aiutarsi a bere, e rimaniamo così per un po’.

E realizzo che questa è per me la felicità. Non c’è nulla al mondo che accetterei in cambio di questo momento tra noi.

Io e lui, seduti per terra come capita da sempre quando facciamo colazione insieme (tipicamente solo nel week-end) o mangiamo qualcosa di particolare.  Una tradizione che è nata in maniera spontanea e va avanti da un bel po’.

Io e lui che beviamo e amiamo la stessa cosa, un semplice latte con Nesquik. Che però per me non è semplice. E’ una delle cose che più apprezzo e che adoro da sempre, che mi hanno fatto conoscere i miei genitori e che io ora ho fatto conoscere a lui. Per questo sento uno strano senso di passaggio di consegne generazionale (lo so che non è l’espressione giusta, ma non mi viene niente altro). Strano e stupido, ma sempre passaggio di consegne generazionale è. E’ un pensiero che ho in realtà da mesi nel retro del mio cervello, mai espresso o anche solo veramente compreso. Ma ora, in quel momento, realizzo che per me è davvero qualcosa di importante. Qualcosa che mi fa sentire il papà di Paolo e che mi fa sentire lui il figlio di Mattia.

Lo dico a Carla, che è sdraiata dietro di noi sul divano, e la cosa la colpisce al punto che per circa dieci secondi stacca lo sguardo dal telefono e ci osserva sorridente. Poi arriva un altro messaggio su Whatsapp e la perdiamo di nuovo per non so quanti minuti (un giorno dovrò parlare del rapporto di Carla con il suo smartphone… ;P).

Ma poco importa perché quello è il nostro momento, mio e di Paolo, e va bene così. Il Nesquik è cosa nostra, di noi maschi Dal Corno.

Il potere delle puppe

Ogni mattina porto Paolo al nido. E’ una breve passeggiata, poco più di 200 metri, che facciamo con il passeggino perché se andiamo camminando ci metto il triplo del tempo visto che lui si ferma ogni 10 secondi per guardare e toccare qualcosa (il camminare è riservato al ritorno, quando ho più tempo da perdere). Ma per quanto breve, è una strada sempre piena di cose per lui interessanti: le auto.

Adora vedere passare qualsiasi cosa abbia una sirena o sia grande, per cui da qualche tempo usciamo di casa facendo i pronostici su cosa vedremo e cosa no. Lui è sempre ottimista e cala costantemente l’asso: vedremo sicuramente una mimo polizia (“mimo” è il suono delle sirene: mimo mimo mimo), quello che preferisce in assoluto, e magari anche uno school bus. Io gli do corda cercando però di fargli capire che non sarà facile.

Ieri gli dei ci hanno baciato in fronte e nella via di casa nostra hanno posizionato il sacro graal degl incontri mattutini, qualcosa che è persino meglio della mimo polizia ma che non viene nemmeno considerata perché è oggettivamente impossibile vederla: una puppa, cioè una ruspa!

Puppa

Era lì in tutta la sua gialla magnificenza, intenta a bucare l’asfalto per riparare un tubo che perdeva. Dopo averla fissata per un paio di minuti, con suo grande dispiacere ce ne siamo andati verso il nido.

Uscendo di casa oggi, mi sono chiesto se avremmo trovato di nuovo la puppa ma, come era prevedibile, non c’era. Quello che non sapevo ancora, però, è che l’avrei invece vista di nuovo poco più in là, esattamente davanti alla porta dell’asilo di Paolo.

Esaltazione massima ma pochi secondi spesi a guardarla perché c’erano tre mezzi accesi che buttavano fuori il loro smog al gusto di diesel, quindi ho preferito evitare di respirare quell’aria così speziata. Entro nel nido e vedo la maestra seduta per terra con tutti, ma proprio TUTTI, i bimbi attaccati a una porta a vetri che guarda fuori. L’unico staccato è il povero Guido, ma solo perché sta piangendo. Un paio di istanti dopo l’inizio del pianto, la maestra dice agli altri di lasciare spazio anche per lui, c’è posto per tutti per guardare fuori. Poi lei si alza e viene a prendere Paolo, e nel farlo mi spiega che sono tutti attaccati al vetro per vedere la ruspa che sta lavorando lì vicino. Da 1 a 3 anni, maschi e femmine… tutti incollati a un vetro per vedere la ruspa!

Mentre dice queste parole entra un’altra maestra e, notando la prima, le dice sorridendo: “Bene, oggi ci riposiamo e non facciamo nulla, eh?!”. Il che mi sa sarà anche vero, perché non so per gli altri bimbi, ma se attraverso quella porta si vede una puppa che si muove e lavora, sono certo che Paolone sarà lì incollato per tutto il tempo e non riusciranno mai a staccarlo. Ma proprio mai!

Ieri, oggi e domani (e sabato)

È una settimana importante​ e piena quella che è iniziata ieri. Ho duemila cose da fare di portata e peso non indifferente.

Devo chiudere un volume immenso che ha bisogno di un livello di cura e attenzione assurdi (e per questo devo ancora finire l’ultimo articolo che ci va dentro). Devo supervisionare vari manga che vedrete a Lucca, e probabilmente questo è il mese dell’anno con il più alto numero di volumi su cui devo lavorare in 30 giorni. Devo fare mille altre cosette, tutt’altro che corte, sperando che le traduzioni di vari progetti americani arrivino in ritardo, altrimenti sono finito.

Peccato che faccia tutto a rilento perché domenica sono andato a fare delle ripetute in salita con un amico, e il mio corpo non ha gradito la cosa lasciandomi mille doloretti. Soprattutto, però, non ha gradito le 60 vasche fatte a nuoto ieri: già avevo male praticamente ovunque, dopo il nuoto, che per me è stato uno sforzo immenso (al punto che sto seriamente pensando di scendere di livello), è scomparso il praticamente e sono un completo cadavere. Ho male da in piedi, da seduto, da sdraiato. Ho male se sto fermo o se cammino. E questo ha fatto sì che dormissi male, per cui sono anche rintronato.

Fermi lì, siamo solo a metà. Questa è la parte tranquilla, ora arrivano i fuochi d’artificio.

In tutto questo si inserisce, infatti, il matrimonio del mio migliore amico, che è domani a circa 120km da casa mia. Dove non solo sono testimone ma anche Paolo ha un ruolo importante. Ha… diciamo avrebbe avuto visto che ieri il termometro infilato nel suo orecchio alle 18 indicava 38,7. E stanotte si è svegliato piangendo e tremando con 40 di febbre. Lui ha spesso il febbrone ma non si è mai lamentato così tanto come ieri, quando piangeva e diceva “aiuto, mamma”. Mamma che ha una settimana di superlavoro anche lei, quindi non può stare a casa a darmi una mano con lui, che ovviamente non va al nido.

Domani quindi che si fa? Si porta Paolo e Carla al matrimonio o li si lascia a casa? Prima di pormi questo problema, ce n’è un altro più a monte: come ci vado alla cerimonia? Già, c’è anche questo da capire.

La settimana scorsa Carla ha portato la mia auto a lavare e il tizio del distributore le ha detto che sentiva odore di gasolio nel motore. Così oggi vado all’Alfa a vedere la situazione e mi dicono che sì, c’è l’odore e sarebbe meglio lasciarla lì per fare una verifica. Che non sanno quando potranno farla, visto che sono pieni di lavoro, e quanto tempo (e quindi soldi) porterà via visto che non sanno che problema sia. Bonus time: mi dicono che ho il tagliando da fare e le pastiglie dei freni sono andate, quindi solo per queste ultime due cose, senza contare il problema odore gasolio, parto dai 600 euro di conto.

Così sono all’Alfa, a svariati km da casa mia, decisamente più povero di prima, senza che nessuno sapesse che ci sarei andato (e quindi potesse prepararsi all’eventualità di venire a prendermi) e distante dalla fermata del tram più comoda. Tram per cui ovviamente non avrei il biglietto.

Risolvo grazie a un tizio del concessionario molto simpatico e gentile che mi porta alla fermata, e scopro che ora si può comprare il biglietto a bordo. Costa di più ma frega nulla.

Arrivo alla suddetta fermata e vedo che ho perso il tram per 3 minuti, quindi ne dovrò aspettare quindici. Per fortuna almeno c’è dell’ombra in cui stare.

Finalmente si torna a casa…

Tornando a casa realizzo che domani mattina sarei dovuto andare a prendere mio padre che fa degli esami prima di un piccolo e banale intervento. Ma ho Paolo a casa e non ho nessun mezzo di trasporto, quindi pure questa cosa diventa impossibile.

Infine sabato c’è la festa per il matrimonio. Sempre a più di 100km da casa mia. Abbiamo già prenotato un B&B dove avremmo dovuto fermarci, ma a questo punto chissà se ci andremo…

Sto seriamente pensando di farmi ibernare fino a lunedì, sperando che la settimana prossima non sia addirittura buona, mi accontenterei anche di un difficile. Tutto è meglio dell’impossibile in cui sono al momento.

Ispirazione

È domenica mattina, attorno alle 9:30. Siamo svegli da circa due ore perché, come sempre, Paolo ha aperto gli occhi e cominciato a reclamare attenzioni molto presto. Lo stesso bambino che dal lunedì al venerdì dobbiamo svegliare con le bombe alle otto, i sabati e le domeniche è pronto e scattante fin dalle sette se non prima. E poi c’è chi si chiede perché la gente non fa figli…

Ad ogni modo, sono sveglio e gioco con Paolo nel nostro lettone. L’ho appena arrotolato nel piumone primaverile, e di lui si vede solo la testa. Lo chiamo “l’involtone di Paolone” e rido insieme a lui. E mi scatta qualcosa nella testa.

Prendo l’iPad e comincio a scrivere l’introduzione per un volume di Iron Man francese che non so nemmeno quando uscirà (sicuramente io non dovrò lavorarlo per almeno tre mesi). E scrivo di getto tutta l’intro.

Che mi esce anche molto carina. Ha un buon ritmo, delle frasi riuscite, una struttura generale che mi piace, eccetera. Insomma è ottima (per me, ovviamente), la userò davvero per il volume. Certo ci sono delle cose da completare e rifinire, dovute al fatto che non mi ricordo precisamente dove finiscono le storie del volume precedente e quindi non so quanto posso dire e quello che invece non va citato, ma è un banale lavoro di rifinitura che si fa poi con gli albi sottomano.

In circa cinque minuti scarsi ho fatto tutto. Lavorando pure sull’iPad, dove sono molto più lento rispetto al digitare con la tastiera. Seduto sul letto, osservando Paolo che desfa il letto di casa mentre salta sul materasso, guarda George in TV, e urla “guarda daddy”.

E penso a quanto sia stupida l’ispirazione. A volte passi ore, ORE!, a fissare lo schermo vuoto e non ti viene in mente niente di decente. Così finisci per scrivere qualcosa di banale che fa il suo lavoro ma nulla più, solo perché non puoi rimandare ulteriormente la consegna del redazionale. Altre volte ti basta arrotolare un bambino in un piumone, qualcosa di inspiegabile scatta nella tua testa, e le parole scorrono naturalmente sul testo, mettendosi al loro posto in maniera ordinata ed efficace.

Comunque una lezione l’ho imparata: la prossima volta che non mi viene l’ispirazione, chiuderò il PC e andrò a letto.

Verde? Rosso?

Premessa: se non l’avete già fatto, andate a leggere il post Verde? Rosso! uscito all’incirca due settimane fa.

La questione del daltonismo di Paolo sembrava chiusa una volta per tutte, ma la mia amica Paola che lavora in Panini mi ha fatto notare una cosa. Guardate la foto che avevo messo qui:

E’ vero che Paolo divide i colori, ma come mi ha detto Paola, divide anche le forme! I verdi sono tutti parallelepipedi, i rossi delle piramidi, quindi potrebbe benissimo essere un caso di associazione per forma, non per colore.

Inizialmente ero scettico, poi però, pensandoci su, mi sono reso conto che non aveva del tutto torto e non si può escludere realmente l’ipotesi che la sua divisione fosse per forma e non per colore.

Così ho messo in pratica una nuova verifica, in due step!

Step 1
Lo stesso della volta scorsa, ora però con forme più simili. Il risultato è stato positivo: Paolo ha diviso tutto senza grossi problemi, anche se va detto che si è stancato molto in fretta. Però prima di andarsene aveva già piazzato correttamente una decina di pezzi, quindi risultato è positivo.

Step 2
Mentre era seduto sulle mie gambe davanti al PC di lavoro, ho pensato di fare una cosa in grado di dare una risposta ancora più definitiva. Ho creato una serie di immagini grandi quanto il mio desktop e le ho colorate con alcune tinte:

coloriPoi le ho sparate a tutto schermo, chiedendo a Paolo che colore vedesse. Mi spostavo da una all’altra non in sequenza, premendo velocemente avanti o indietro più volte, in modo che non si trovasse i colori nello stesso ordine.

E qui è stato un disastro totale. Paolo prende senza problemi il blu e il purple/viola, l’arancione non lo riconosceva ma anche perché non è un colore che gli diciamo spesso, il giallo ha dato risultati misti. Verde e rosso, invece, sono stati confusi mille volte. Al punto che ho avuto l’impressione che si stesse non solo stancando del gioco, ma che si sia infastidito dal fatto che lui diceva “Verde!” e io gli rispondevo “Rosso…”. Così ho smesso, e ho contemporaneamente deciso di smettere del tutto con questa indagine.

Sarà daltonico? Sinceramente non lo so ma penso di sì. A volte ci prende, a volte no. A volte mi stupisce in positivo, a volte in negativo. Per esempio, stamattina guardava un cartone animato con delle automobiline. Mi dice “Blu! White! Verde!” e io gli rispondo “Bravo!” senza guardare la TV, che era alle mie spalle, perché lo stavo vestendo per il nido. Dopo un po’ mi giro e vedo che ci sono tre auto: della polizia (blu), tipo ambulanza (white) e una dei pompieri (verde…).

Magari è una forma di confusione che ha dovuta al bilinguismo, del resto io dico verde e rosso mentre Carla green e red, magari non li distingue veramente e la lingua non c’entra nulla.

Come detto, non è assolutamente una cosa importante e io ci giocavo sopra per questo motivo. Ma ora credo di aver passato il limite e se non è più divertente per lui, ma anzi a volte arriva a dargli fastidio, meglio lasciar perdere e dedicarsi ad altro. Tanto c’è solo l’imbarazzo della scelta su cosa iniziare a insegnargli ora 🙂

Verde? Rosso!

Paolo ha due anni e mezzo e ormai gioca con le parole da parecchio tempo. Tra queste ovviamente ci sono anche i colori, che lui riconosce solo ogni tanto. O meglio, ne ha alcuni che gli sono chiari e azzecca sempre -soprattutto il blu e il purple– altri un po’ meno. Negli ultimi mesi, però, abbiamo notato che fa abbastanza fatica a distinguere il verde e il rosso. Cioè a volte chiama verde qualcosa che è rosso e viceversa, mentre altre volte ci prende. Il “ci prende” non è usato a caso, perché è evidente dalla sua faccia che molto spesso sta sparando a caso quando gli chiediamo il colore di un’auto verde o di una palla rossa.

O quando gli chiediamo di che colore è il primo quadro tra quelli appesi nel nostro salone:

Così in noi si è insidiata l’idea che possa essere daltonico. Non sarebbe certo la fine del mondo, anzi, ma la curiosità di saperlo per me era parecchia. Abbiamo fatto mille prove ma tutte davano risultati inconclusivi. Poi, domenica sera, ho avuto la classica idea tanto semplice quanto geniale. E che, in linea teorica, dovrebbe averci dato la risposta definitiva alla domanda se Paolo è o no daltonico.

Cosa ho fatto? Ho preso dei blocchetti di legno che lui ha e usa (raramente) per giocare, e ho tirato fuori quelli rossi e quelli verdi, non separandoli. Poi mi sono seduto sul tappeto, ne ho messo uno verde a sinistra e uno rosso a destra, l’ho fatto venire da me e ho cercato di fargli capire che doveva dividerli in base al colore, mostrandogli un paio di volte dove mettere i pezzi. Non ho mai detto verde o rosso perché pensavo potesse confonderlo, gli ho solo chiesto “questo con che colore va?” e cose simili.

All’inizio ha fatto un po’ fatica a capire cosa doveva fare, poi gli è stato chiaro e ha cominciato a dividerli mano a mano che glieli passavo. Un po’ è intervenuto anche il fattore forma ad aiutarlo, per esempio c’erano quattro quadrati verdi e li ha messi vicini secondo me anche per la forma, non solo per il colore, ma il risultato finale direi che non lascia spazio a dubbi:

Un altro scottante caso risolto dal fine pedagogo Dal Corno! Quello della casa, tra l’altro, senza la laurea in medicina! 😉

Ogni maledetta domenica (e fottuto sabato)

La prima versione di questo post doveva riportare un elenco fedele di tutte le cose fatte da me e Carla durante lo scorso fine settimana. Arrivato a due pagine di A4 di descrizioni nemmeno troppo estese, ho deciso che era un inutile esercizio di stile che avrebbe annoiato il 99% dei lettori (e, sinceramente, io sarei stato tra quel 99%) e quindi ho buttato via tutto e sono ripartito da zero. Ma non cambio l’argomento della discussione, che è il week-end.

Da giovane era la pacchia, il momento più atteso della settimana, quando potevi semplicemente fare tutto: giocare, leggere, dormire, sport, cinema e chi più ne ha più ne metta. Nulla era precluso, nulla era impossibile perché il temo era dilatato e le 48 ore di sabato e domenica diventavano un qualcosa più vicino alle 96 di un lunedì-giovedì.

Poi è arrivato Paolo e le 48 ore del week-end sono diventate davvero 48, perché di tempo libero ce n’era ancora una marea, ma meno di prima.

Oggi Paolo ha due anni e mezzo, e il week-end attualmente sembra durare dalle tre alle cinque ore. E queste sono così fottutamente dense che quando finiscono, ho/abbiamo bisogno di almeno tre giorni lavorativi, cioè con Paolo al nido e quindi libertà per noi, per riprenderti.

Per capirci, lo scorso fine settimana siamo andati in stazione, abbiamo pranzato fuori e visto vari animali, fatto visita al nonno, siamo usciti a fare una passeggiata con amici e molto altro ancora. Ma davvero molto! E, per non farci mancare nulla, abbiamo anche visto un film (splendido: Arrival. Dalle 22 in poi, cioè solo dopo che abbiamo messo a letto Paolo, ovviamente) e fatto attività sportiva (Carla in palestra sabato mattina, io a correre domenica mattina).

Così siamo arrivati a domenica sera letteralmente morti. Al punto che quando verso le 18:30 ci hanno chiamato degli amici per chiederci se volevamo andare a casa loro per una pizza, io ho subito risposto no perché sapevo che se fossi uscito di casa di nuovo sarei sicuramente crollato a dormire sul tavolo, se non proprio svenuto per la stanchezza*.

E questa è sola l’ultima delle offerte che abbiamo rifiutato nell’ultimo periodo. Senza contare tutte le famiglie di amici che dovremmo rivedere da una vita (Alessandro, Andrea, Filippo, e mille altri) ma che non troviamo mai il tempo di vedere.

Per questo io sto cominciando a odiare il week-end. Troppe cose da fare in troppo poco tempo, e con energie che sono sempre di meno.

Sono diventato l’antitesi del pensiero raccontato ne Il sabato del villaggio di Leopardi. Io BRAMO l’arrivo del lunedì, quando potrò starmene da solo a lavorare in santa pace dalle 9 alle 16. Perché amo Paolo e adoro stare con lui, ma non ho l’energia necessaria per stare dietro tutto il giorno, per due giorni di fila, a una trottolina impazzita che non si ferma mai, che corre sempre in giro per la casa, che ti trascina avanti e indietro, che ora vuole questo, l’istante dopo vuole quello e anche altre duecento cose.

Amo alla follia Paolo, e mi piace che sia un maschio così pieno di vita e voglia di fare, ma la domenica sera, ogni tanto, penso anche che se avessi avuto una femmina tutta carina e calma, male poi non sarebbe stato 😉

* a essere completamente sinceri, il 70% della mia stanchezza di questo fine settimana deriva dalla marcia massacrante fatta domenica mattina. Ma non saremmo comunque usciti lo stesso, perché dopo giornate come queste, quando Paolo è già stato sballottato abbastanza, preferiamo restare a casa a calmarlo e a spupazzarcelo prima del ritorno al tran tran dei giorni feriali.

Paranoia da sveglia

svegliaSu 365 risvegli mattutini che ci sono in un anno, io ne faccio all’incirca 10 con una sveglia. Di questi metà avvengono a o per Lucca Comics & Games, due o tre per riunioni importanti a Modena, e il resto sono i rari casi in cui la mia sveglia è programmata per un qualsiasi motivo.

E gli altri giorni?

Beh, fino al luglio 2014 non avevo la sveglia. Lavorando a casa in maniera completamente autonoma, mi svegliavo semplicemente quando il mio corpo diceva che era ora di farlo. E visto che praticamente ogni sera andavo avanti a lavorare almeno fino alle due, non aprivo mai gli occhi prima delle 8:30 o 9:00 (a me basta dormire poco per essere riposato mentre al contrario se dormo troppo sono rincretinito per tutto il giorno).

Nel luglio 2014 arriva Paolo e quindi la sveglia non serve più perché ci pensa lui con i suoi strilli, o Carla che ha bisogno di un po’ di riposo, a dirmi che è ora di aprire gli occhi. Finita la maternità della mia dolce metà, toccava a me fare la guardia al principe ereditario e quindi Carla mi svegliava prima di uscire. Poi arriva il momento del nido e fin dall’inizio il ruolo di accompagnatore ufficiale del suddetto principe viene affidato a me. Quindi ogni giorno si esce di casa attorno alle 8:30 per fare i duecento metri che ci separano dalla scuola dove Paolo passerà la mattinata. Ma anche in questo caso, io non uso la sveglia perché ci pensa Carla a dirmi di mettermi in moto.

Sono così disabituato ad addormentarmi con la consapevolezza che sarò svegliato da un suono che la cosa mi crea la (stupida) paranoia di non sentire l’allarme sommata a quella di bucare l’appuntamento.

Esempio concreto e recentissimo.

Sabato sera imposto la sveglia sul mio telefono alle 7:30 di domenica mattina perché devo andare a fare una marcia con un mio amico (cosa che non facevo da taaaaanti anni). Non avevo mai usato l’Honor 8 per svegliarmi e questo era il primo problema: non ero certo che avrebbe funzionato o che l’avrei sentito.

Il secondo problema era, come detto, l’angoscia di non sentire la sveglia e di bucare l’appuntamento. Cosa che mi è capitata più di una volta, proprio a causa della mia mancanza di abitudine ad aprire gli occhi in seguito a un allarme sonoro (che non sento, o sento e non considero).

Così finisce che, praticamente ogni volta, mi sveglio prima dell’ora prefissata. Ma parecchio prima! Sabato sono stato sveglio per una decina abbondante di minuti in attesa del suono, convinto che sarebbe arrivato a breve. Salvo poi arrendermi e controllare l’ora… e scoprire che erano le 5:36. Così mi sono girato e riaddormentato, ma il mio sonno è stato agitato per la solita paranoia. Ho aperto gli occhi almeno altre tre o quattro volte prima che l’allarme della sveglia mi svegliasse perché era effettivamente l’ora di alzarsi.

Un suono che quando è arrivato, per me è stato una fonte di sollievo e liberazione: la tortura a cui mi ero auto sottoposto fino a poco prima era finalmente finita!

Così ho spento il telefono, ho tolto la modalità aereo, ho letto il messaggio del mio amico che mi diceva che non sarebbe venuto per colpa di una notte difficile di sua figlia, e ho quindi spento tutto e sono tornato a dormire. Non prima di aver maledetto la sveglia e la mia incapacità di gestirla.

(No, dai, scherzo. È tutto vero tranne il ritornare a dormire: ormai ero sveglio, la corsa andava fatta. E l’ho fatta, e lo posso anche dimostrare :))

L’ennesima involuzione di un prodotto Apple

All’incirca un mese fa ho fatto un post in cui parlavo delle spese non previste che mi sono capitate addosso nel giro di poche settimane. Poco dopo la sua uscita mi sono accorto che avevo dimenticato un’altra voce. Rimedio con questo post.

Da sempre io vado a correre con la musica, perché trovo che riesce a rilassarmi e caricarmi. E mi piace avere una qualche canzone nelle orecchie mentre sgambetto. Nel corso degli anni ho corso con letteralmente ogni tipo di lettore ma la perfezione l’ho trovata solo quando è uscito lui:ipod-shuffle-gen1L’iPod Shuffle di seconda generazione era semplicemente perfetto: minuscolo, leggerissimo, con pulsanti molto ben definiti e che era difficile premere per errore. E, soprattutto, con una clip integrata per attaccarlo alla maglietta. Si vedeva lontano un chilometro che era stato fatto pensando a chi corre con la musica, e l’avevano fatto proprio bene.

Ne ho comprato uno appena è uscito e l’ho tenuto e usato fino a novembre di quest’anno. Poi, però, l’ho cambiato. Secondo voi, perché l’ho fatto?

Volevo il modello nuovo?
Volevo più GB per caricare più canzoni?
Mi ero stancato del colore?
Si è rotto?

No, l’ho perso. O meglio, io non l’ho perso veramente, so bene dov’è: è in casa mia, ma dove di preciso è un mistero. Vedete, io lo stavo caricando collegato al PC quando è entrato nel mio studio un piccolo diavoletto che prende le cose e le sposta in posti senza senso. Io ero al telefono impegnato su una cosa di lavoro e non mi sono accorto di nulla fino a quando il giorno dopo ho cercato di toglierlo dal caricatore… salvo realizzare che era scomparso! Di norma le cose imboscate da Paolo le ritroviamo abbastanza in fretta e senza troppa fatica, ma se uno ti imbosca un rettangolino di metallo grande una manciata di centimetri quadrati, ritrovarlo è realmente impossibile.

Così dopo circa un mese di ricerche infruttuose ho ordinato questo:

ipod-shuffle-gen4Più nuovo, più elegante, più piccolo. E infinitamente peggiore per un singolo, semplicissimo motivo: le sue dimensioni.

Chi aveva progettato il precedente modello l’aveva sicuramente usato sul campo, provando le varie soluzioni che hanno portato a quel design. Chi invece ha progettato questa quarta generazione è certo che non l’ha mai messo attaccato a una maglietta ma ha solo cercato un modo per rimpicciolirne le dimensioni e quindi ridurre i costi di produzione.

La differenza sta tutta in quello spazio sulla sinistra che vedete nella prima immagine. Quello spazio serve per poggiarci sopra il pollice con cui farete forza per aprire la clip, e quindi attaccarlo alla maglietta. E’ uno spazio piccolo ma fondamentale per l’usabilità dello Shuffle. Nel nuovo modello questo spazio non c’è il che porta a due problemi.

Il primo è che la clip è notevolmente più corta e quindi anche più difficile da aprire (avete presente il discorso delle leve che avete studiato e odiato a scuola? Ecco, rispolveratelo qui per capire a cosa mi riferisco). Serve metterci più forza ed è comunque molto più scomoda da usare perché essendo più corta ha un angolo di apertura inferiore.

Ma soprattutto la procedura di aggancio alla maglietta ora deve necessariamente essere fatta a dispositivo spento, perché non essendoci più uno spazio vuoto, il vostro pollice finisce per premere uno dei pulsanti del dispositivo (di norma il play o l’indietro). Poco male, direte voi, basta farlo prima di iniziare a correre. Vero, ma se per caso lo Shuffle si sgancia durante la corsa, cosa che capita e pure molto più frequentemente di quanto pensiate, soprattutto con le magliette in materiali tecnici, prima bastava prenderlo e riagganciarlo al volo, ora bisogna:

  1. prenderlo
  2. spegnerlo con il micropulsante che c’è sopra
  3. riagganciarlo con la clip che resta dannatamente dura e scomoda
  4. riaccenderlo
  5. fare ripartire la musica.

Prima era un’operazione che non richiedeva la minima attenzione e durava due secondi, ora è una trafila lunga e scomoda.

Intendiamoci non è la fine del mondo, ci mancherebbe, ma nella mia testa una nuova versione di un prodotto deve essere sempre un’evoluzione, non un’involuzione. Deve avere feature nuove o, se non ce le ha, non deve togliere quelle vecchie che sono valide. Soprattutto non deve rendere l’uso del dispositivo più difficile o scomodo. Questo iPod Shuffle di quarta generazione è tutto quello che un nuovo modello non dovrebbe mai essere e io sinceramente ne sono molto deluso. Al punto che il giorno in cui ritroverò il vecchio Shuffle, quello nuovo finirà in un cassetto da cui non uscirà più.